Un amore concreto. Ed esigente

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Immagine: Alberto Burri, Crocifissione (1964)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Vedi Vangelo di Matteo 10, 37-42).

Per leggere i testi liturgici di domenica 2 luglio, tredicesima del Tempo Ordinario “A”, clicca qui).

Seguire Cristo non è una passeggiata

Si incontrano spesso, nel Vangelo, frasi taglienti, senza sfumature e che, alla sensibilità corrente, possono apparire, al limite, dure. È il caso del Vangelo di questa domenica.

Scegliere di seguire Gesù impone una specie di “riorganizzazione” di tutta la propria esistenza. L’amore che spinge a scegliere lui, mette in discussione tutti gli altri amori. I legami di sangue non contano, conta il legame libero con lui.  Bisogna, dunque, seguire il maestro e seguirlo sempre, fino in fondo e quindi alla fine, cioè fino alla Croce.

Matteo scrive dopo che Gesù è morto e vede nella croce del Signore la “via” maestra per il discepolo. Immaginiamo allora la scena di Gesù condannato a morte mentre attraversa le strade di Gerusalemme. La gente guarda con orrore. Il discepolo è colui che ha l’ha sentito parlare, ha visto i segni che ha fatto e anche in quel momento gli rinnova la sua totale fiducia. Ha il coraggio di uscire dalla gente, di guardare quel condannato e di dire: questo è il mio Signore e si mette a seguirlo.

Il rischio di perdere la vita. E di perdersi

Immaginiamo invece che, vedendo quel condannato a morte, io dica: no, non posso affidare la mia vita a uno così: che cosa può venirmi di buono da uno destinato ad essere inchiodato su una croce? In quel momento, di fronte a uno che è condannato dagli uomini e abbandonato da Dio, io prendo le distanze da lui e, con questo, ho la sensazione salvare la mia vita. In realtà, la sto perdendo. Non capisco che nella morte di quel crocifisso Dio mi sta dando il segno più alto del bene che mi vuole. Perdo il Dio che mi dà la vita, perdo la vita. Mi perdo.

L’amore o è concreto o non è

Per essere discepoli bisogna prendere “la propria croce”, quella che ci appartiene in proprio: Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Questo significa che l’amore verso il Signore deve confrontarsi concretamente con l’amore verso i propri familiari: padre, madre, figlio, figlia. Il Signore lo si ama là dove lui ci ha collocato: in quella famiglia, in quel lavoro, dentro quelle relazioni. O l’amore al Signore è concreto o non è.

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