Anna Weiss, A3577

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Nei giorni scorsi a Nazareth Illit è morta Hanna Weiss, una delle ultime voci che erano rimaste in vita a raccontare l’esperienza della deportazione ad Auschwitz. Una donna coraggiosa, un testimone straordinario, che ha accolto nel piccolo Museo della Shoa di Nazareth centinaia di pellegrini bergamaschi. Spesso ospite in terra bergamasca, in una delle ultime visite, ricordo un ragazzo che le chiese il suo rapporto con Dio. “Non sono religiosa – rispose – ma se c’è un Dio non posso dare la colpa di quel che è accaduto all’uomo. Mi sono immaginata Dio in un altro campo, vicino al mio, seduto a piangere e a non comprendere”. Questa è un’intervista che le feci durante un viaggio in Terra Santa.

Quando vado a trovarla a Nazareth Illit – la parte alta e interamente ebraica del villaggio che per noi cristiani ha visto accadere l’evento dell’Annunciazione – mi racconta che a distanza di settant’anni se casualmente dalla televisione sente parlare in tedesco le viene ancora l’istinto di mettersi sull’attenti e di togliersi il berretto.  Ma Hanna Kugler Weiss non vive nel passato. Non ci è mai  vissuta, neppure quando “il futuro era ridotto al prossimo minuto”. La serenità di questa donna – un tempo ragazza italiana di Fiume, tradita al valico svizzero da un italiano e consegnata ai tedeschi insieme alla madre, ai nonni e due sorelle – è qualcosa che mi colpisce ogni volta che mi capita di incontrarla. Una serenità che non nasconde ciò che è accaduto. Terza di quattro figli di una coppia di ebrei religiosi, Hanna ha trascorso senza problemi l’infanzia e l’adolescenza, fino ad una data che, come italiani, dovremmo conoscere meglio: 17 novembre 1939, giorno in cui vennero applicate le nuove leggi che provvedevano alla “difesa della razza italiana”. Leggi razziali firmate da Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, Imperatore d’Etiopia. Da quel momento, per Hanna e per gli ebrei italiani (la cui presenza risale al primo secolo avanti Cristo), la vita cambiò radicalmente: venne tolta loro la cittadinanza, furono espulsi dalle scuole pubbliche, dagli impieghi pubblici e dalle libere professioni, vennero limitati del loro diritto di proprietà. Dopo l’entrata in guerra contro la Francia e l’Inghilterra (giugno 1940), tutti gli uomini ebrei sopra i diciotto anni vennero arrestati. Il padre di Hanna fu mandato al confino, in un paese del Sud d’Italia. La mamma per un po’ tirò avanti da sola e poi l’aggravarsi della situazione politica dopo l’8 settembre del 1943 e militare (Fiume era stata annessa come parte del Litorale Adriatico dal Terzo Reich) la convinsero a lasciare la città. Trieste, Bolzano, Lugo, Milano, furono le tappe di questa tormentata via crucis che si concluse con la decisione di pagare una forte somma a dei contrabbandieri per passare il confine con la Svizzera. L’esito non fu quello sperato: dopo ore di cammino, vicine al ponte che avrebbe portato in terra elvetica, le guide sparirono, Hanna con le due sorelle e la mamma furono lasciate davanti alla caserma della Guardia Confinaria di Cremenaga e il giorno dopo consegnate alla Gestapo. “Fummo rinchiusi a san Vittore, dove ritrovammo tanti che credevamo fossero in salvo”. Da Milano fu spedita a Fossoli solo per essere caricata sul carro merci diretto ad Auschwitz.

È una nonna, quella che mi parla, con i capelli corti da infermiera, lo sguardo azzurro, la cadenza istriana cantante che non ha mai perduto (“Mamma, siamo tutti fieri di te” le ha scritto una figlia dopo aver visto il suo libro, pubblicato anche in italiano “Racconta! Fiume-Birkenau-Israele” edito da Giuntina). Ma, nella donna tranquillamente, dignitosamente eccezionale che è diventata, affiora ancora la ragazzina  dai capelli rossi, in perenne baruffa con il mondo (“ero una stordita, forse per questo mi sono salvata”).

Hanna, cominciamo da oggi. In Italia si discute molto di una proposta di una legge che punisca chi nega la Shoah, sulla scorta della vicenda dello storico inglese David Irving che in Austria ha scontato 14 mesi di carcere per le sue tesi e in linea con analoghe proposte provenienti dalla Germania e dagli Usa che propongono una risoluzione Onu. In Europa, soprattutto in Francia, ci sono nuovi segnali di antisemitismo. Che ne pensi, una legge può servire?

Quando nel 1949 mi riunii a mio fratello Moshe che era partito per Israele a 16 anni, nel dicembre del 1939, dopo gli abbracci lui mi disse: siediti e racconta. Io cominciai a parlare di Birkenau. Lui fece un gesto di fastidio e mi zittì: “Non quello, voglio sapere di casa…”. Nostra madre, la nostra sorellina Magdi, i nonni erano stati uccisi appena scesi dal treno. Io e mia sorella Ghisi eravamo sopravvissute ad Auschwitz per 270 giorni, avevamo attraversato l’Europa distrutta. Di che casa potevo parlargli? Ma per lui, che era cresciuto senza nostre notizie, abbracciandosi forte da solo per resistere alla nostalgia, io ero la Henni di prima. Che potevo fare? Tacqui. A vent’anni avevo voglia anch’io di lasciarmi tutto alle spalle. Avevo una nuova lingua da imparare, un nuovo mondo, ero giovane e viva. Tutti noi che arrivavamo dai campi finimmo per fare così, in Europa o in Israele. Sentivamo commenti alle nostre spalle, temevamo di essere considerati squilibrati. Soprattutto quando arrivarono persone spezzate dalla deportazione. Quante finirono in manicomio! Non conoscevano la lingua, nessuno le ascoltava. C’era chi di notte gridava invocando i nomi dei figli. Finivano per diventare i matti del quartiere, un po’ tollerati e un po’ evitati. Fu il processo Eichmann a cambiare tutto. Arrivò forse al momento giusto, quando gli uni erano capaci di raccontare e gli altri di ascoltare. Allora si capì che non eravamo andati al macello come pecore rassegnate, che la rivolta del ghetto di Varsavia non era stato l’unico gesto coraggioso, ma che tutto un popolo era stato eroico, che aveva resistito come aveva potuto. Nel 1968, a 40 anni, sono rimasta vedova con tre figli. Quell’anno, per la prima volta, raccontai la mia storia a mia figlia – sbalordita – e alla sua classe.Nel 1990 sono tornata a Birkenau. Da allora ci accompagno gruppi di ragazzi, più volte l’anno. Con altre volontarie curo il museo della Shoah di Nazareth Illit. I campi sono ancora là, io ho sempre detto la verità: come si viveva, come si mangiava, come ci si lavava, com’era il lavoro, la corruzione, il rischio, i pidocchi, la fame, le botte. L’ho anche scritto nel libro. Porto tatuato sul braccio sinistro il numero A3577. Parlerò finché avrò fiato, come molti altri testimoni. Cosa posso fare di più? Io non devo convincerti, non mi interessa convincerti. Io ti dico quello che è successo. Se tu non vuoi ascoltare, non sarà una legge a cambiarti. No, le leggi non servono per questo. Mi basta che i ragazzi ascoltino, il mondo adesso è loro.

Nel tuo libro che raccoglie  la tua esperienza, la crudeltà della situazione risalta soprattutto attraverso i dettagli.

Ho scritto il libro in ebraico, non sono mai diventata brava a scrivere in ebraico e un po’ mi è servito. La mia memoria per decenni ha avuto dei buchi. Anche quando ho riaperto la porta su Birkenau, ci ho messo anni a ricostruire certi passaggi e molte cose sono ancora cancellate. Ricordo dei dettagli. Una ragazza di sedici anni che non si era mai spogliata davanti a nessuno e che con il rituale della “sauna” è marchiata, rapata, denudata. E un’altra ragazza le dice di piegare bene i suoi vestiti, che così le verranno restituiti… E lei lo fa, li piega speranzosa di non perdere il vestito migliore. Perché la mamma ci teneva che fossimo in ordine e all’arrivo del treno ci aveva in qualche modo lavato la faccia, le mani, il collo con una salvietta e ci aveva fatto indossare vestiti puliti perché, diceva, ‘la prima impressione è quella che conta. Siete di buona famiglia e non ragazze di strada!’… I dettagli. Le scarpe date apposta spaiate, i cani che le SS liberavano proprio quando camminavamo nei pantani.

Ricordi l’arrivo al campo?

Fu una scena infernale. Uomini vestiti con abiti a righe e berretti della stessa stoffa che stavano sulla rampa e gridavano in tedesco: ‘Presto, presto! Presto tutti! Scendere in fretta! Non toccate il bagaglio! Tutt’intorno soldati SS che tenevano in una mano le armi e nell’altra tenevano a freno i loro cani lupo che abbaiavano furiosamente.  Nonostante la confusione e la paura cercammo di scendere il più in fretta possibile, ma non tutti erano in grado di farlo, come mio nonno o una madre con il figlio in braccio. Siccome tutti i vagoni vennero aperti nello stesso istante, ben presto la rampa si affollò di gente confusa e impaurita. Tutti, senza capire dove fossimo arrivati, cercavamo i nostri familiari chiamandoli per nome. I cani abbaiavano senza sosta e gli uomini in pigiama continuavano a gridare. Fummo divisi in due file: uomini a sinistra, donne e bambini a destra. I ragazzi di quattordici, quindici anni andarono con i loro padri. Procedevamo piano piano allineati per cinque, poi la fila si assottigliò finchè mi trovai sola dinanzi ad un SS di alto grado. Era alto e grosso, con le gambe divaricate, la divisa inappuntabile, gli stivali tanto lucidi che ci si poteva specchiare. Mi sembrava un gigante minaccioso. Teneva la mano sinistra chiusa a pugno, all’altezza del petto, e vidi solo il pollice che con un movimento leggero m’impose di andare a destra. Alla distanza di una decina di metri, tra i fili spinati, vidi delle figure umane e capii che dovevo unirmi a loro. Dopo aver attraversato i binari mi fermai e mi voltai per vedere chi mi seguiva e vidi solo Ghisi. Dov’era la mamma, dov’era Magdiza, dov’era la nonna? “Magdiza è piccola, la nonna è stanca e la mamma è rimasta con loro. Li porteranno in macchina perché è lontano. Hanno detto che più tardi ci incontreremo.” Insieme ci unimmo al gruppo di donne che stavano da una parte. Non capivo quello che stava succedendo e solo dopo alcuni giorni compresi che quando il pollice segnava la destra il significato era la vita mentre la sinistra era la morte. Avevo passato la selezione.

Al campo mangiavate senza cucchiaio.

La gavetta era un recipiente qualsiasi, anche un vaso da notte. La zuppa era acqua con poca verdura, arrivava solo di sera. I cucchiai erano pochi. O aspettavi il turno, ma non ce la facevi, o bevevi la broda e poi usavi la mano a spatola per raccogliere il fondo. E poi ripassavi la mano per togliere proprio tutto, e poi ti leccavi la mano. Pensavo solo al cibo, notte e giorno, la fame entra nel cervello, prende tutto lo spazio. Tutto. Anche quello dei morti, di mia madre, della mia sorellina. Mia madre con la quale litigavo spesso, anche sul treno per Auschwitz, che sentivo di aver tradito perché non ero riuscita a salvare i suoi fazzoletti, mia madre che volevo mi sgridasse perché non le avevo detto addio sulla rampa. Mia madre che mi mancava da impazzire. Per mia madre ho pianto nel 1990, a Birkenau. Per Magdi, per tutti loro ho pianto solo allora.

Racconti di aver resistito perché c’era tua sorella Ghisi, in due vi siete sostenute.

Ci siamo chiuse come in una bolla, per resistere. Mi sono ammalata solo quando pensavo di aver perduto anche lei. Una volta però sono finita in infermeria. Aspettavo a occhi chiusi, li ho aperti e c’era il dottor Mengele che mi fissava in faccia. Sapevamo tutti chi era e cosa faceva… ero terrorizzata. Poi con un sorriso a mezza bocca ha mormorato: “Epheliden” “lentiggini…”. E se ne è andato. Controllavano sempre che non avessimo macchie sulla pelle perché temevano le epidemie.

Quanto pesa la Shoah su Israele?

Adesso molto, basta andare allo Yad Vashem, il memoriale a Gerusalemme. Adesso è dentro le coscienze.

Israele ora costruisce muri…

Quando prima del ’48 si costruiva un kibbutz, arrivavano amici e vicini e di notte si montava la recinzione e la torretta. Lo vidi in un film, prima di partire per Israele, e mi dissi: io vengo da un posto col filo spinato e la torretta: non voglio tornarci!. Ma non avevo nessun altro posto dove andare, il mondo ci aveva dimostrato che non voleva saperne di noi, che per noi non c’era nessun altro posto possibile. Da quando Rabin è stato ucciso, la nostra speranza è stata spazzata via. È come essere entrati in una stanza buia e dobbiamo trovare l’uscita. La gente ha bisogno di pace, tutti. Ma noi non ci fidiamo degli arabi e gli arabi non si fidano di noi e ciascuno ha le sue ragioni per questo. Eppure, una soluzione va trovata: l’odio non serve per vivere, io lo so.

 

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