Il collettivo dovere di contemplare. Le mostre d’arte diventano vere e proprie “ostensioni”

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I più fortunati eventi legati all’arte oggi non sono più semplicemente mostre, sono vere e proprie ostensioni. Come periodicamente si espone la Sindone, nella tenue luminescenza della sua straordinaria apparizione, nei picchi rituali della nuova ortodossia civile noti dipinti del passato vengono esposti nell’ostensorio dell’evento eccezionale. Importanti opere d’arte, talvolta appena sfiorate nelle loro sedi ordinarie da un pubblico distratto e sbrigativo, non appena trasferite in qualche civico santuario istituzionale, consacrate da un potente logo economico e raccomandate da una bombastica predicazione pubblicitaria, diventano il santissimo sacramento di un collettivo dovere di contemplare, che tendenzialmente in massa fiumi di individui si mettono in coda per onorare, come un laico precetto di pensosità, dall’adempienza del quale ognuno sente di lucrare il merito dell’intelligenza e della sensibilità. Come gli apparati liturgici inventati durante la controriforma, sontuosi allestimenti incorniciano le loro icone, antiche e contemporanee, infondendo in esse un’aura che la riproducibilità tecnica non ha fatto che amplificare. Chiamata all’adorazione di questi segni terreni della bellezza la folla si addensa sospirosa a onorare la sua nuova devozione e ottenere la corrispettiva indulgenza. I fedeli più ardenti e devoti incitano la pigrizia dei più più tiepidi e incerti con inviti venati di rimprovero: “non sei ancora andato a…?”. L’arte vive oggi nella forma della sacra rappresentazione. I nuovi chierici si fregano le mani. Come diceva Paul Cezanne prima di andare a messa “vado a prendermi la mia dose di medioevo”.

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