Giovanni Falcone e Paolo Borsellino 25 anni dopo. Tony Gentile racconta la storia della sua celebre foto: «Erano due fuoriclasse»

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«Quando la mafia lo deciderà, mi ammazzerà lo stesso». Giovanni Falcone, 53 anni, magistrato antimafia, protagonista del pool che porta alla sbarra “Cosa nostra”, viene ucciso insieme alla moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta il 23 maggio 1992, sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci nel territorio comunale di Isola delle Femmine, a pochi chilometri da Palermo. È l’inizio della stagione delle stragi.

«Il tritolo è arrivato anche per me, lunedì scorso… ». Paolo Borsellino, 52 anni, anche lui magistrato antimafia e membro del pool di Caponnetto e Falcone, cinquantasette giorni dopo viene ucciso da “Cosa nostra” con cinque agenti della scorta in via Mariano d’Amelio, sotto l’abitazione della madre. È il 19 luglio 1992.

Qualche mese prima, sempre a Palermo, la sera del 27 marzo, Tony Gentile un fotoreporter freelance con la sua Nikon scatta una fotografia che mostra la complicità e l’amicizia tra i due magistrati a pochi giorni dalla loro morte. Quell’immagine di due amici che sorridono forse per una battuta, dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio, diventa il simbolo della rinascita di una terra e di un popolo che reagiscono contro la logica mafiosa.

Venticinque anni dopo Tony Gentile, fotografo dell’agenzia Reuters, ricorda quella stagione buia e il risveglio della Palermo migliore. Il fotoreporter della Reuters rievoca per noi la nascita di quella fotografia in bianco e nero che gli ha cambiato la vita, riprodotta sulle lenzuola con sotto la scritta: “Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe”.

Tony, come nasce quella fotografia?

«Il 27 marzo del 1992 il giudice Giuseppe Ayala, incoraggiato dal suo amico Giovanni Falcone, decide di organizzare un evento elettorale presso il palazzo Trinacria di Palermo, nel rione storico della Kalsa. L’occasione è la presentazione della candidatura alla Camera dei deputati di Ayala per il Partito Repubblicano Italiano. A questo convegno dove si parla di mafia e politica, tra le tante personalità intervenute ci sono anche Falcone e Borsellino. Io, fotoreporter freelance, copro l’evento proprio perché ci sono Falcone e Borsellino. Durante il dibattito Falcone si piega verso Borsellino sussurrandogli qualcosa all’orecchio. Intuisco il gesto, mi sposto, mi piazzo davanti ai due giudici antimafia e scatto. Colgo l’attimo avendo la percezione di aver fatto un ottimo scatto».

«Magari la usiamo un altro giorno». Il giorno successivo al convegno la fotografia non viene pubblicata. Poi Falcone e Borsellino vengono assassinati da “Cosa nostra”. Che cosa è avvenuto poi?

«La mia foto che ha fatto il giro del mondo viene scattata cinquantasette giorni prima della strage di Capaci, cinquantasette giorni dopo Capaci avviene la strage di via D’Amelio, impressionante la casualità numerica… Dopo la morte di Falcone e Borsellino la fotografia in bianco e nero cambia il significato originario assumendo quello che tutti noi conosciamo. Falcone viene assassinato e la foto resta ancora chiusa nel mio archivio. Poi un mio collega mi ricorda quello scatto, recupero la foto e la invio all’agenzia di Roma con la quale allora collaboravo. Immediatamente lo scatto viene venduto a diversi quotidiani e settimanali. Borsellino è ancora vivo. La sera del 19 luglio, giorno della morte di Borsellino e della sua scorta in via D’Amelio, i quotidiani cercano nei loro archivi una fotografia che ritragga insieme i due giudici antimafia assassinati da “Cosa nostra”. Chi aveva la mia foto, “perfetta” per quella tragica occasione, due servitori dello Stato entrambi ammazzati dalla mafia, la pubblica subito».

Quando ha compreso che la Sua foto era diventata un simbolo?

«Nel 1993 durante le prime manifestazioni di commemorazione quando la gente inizia a utilizzare in massa lo scatto: negli striscioni, nei poster e nei cartelloni. Il “Comitato dei lenzuoli”, comitato di attivisti palermitani antimafia, nato dopo le stragi del ’92, mi chiese il permesso di inserire in piccoli lenzuoli la mia foto con sotto una frase emblematica. In quel momento lo scatto diventò una vera e propria icona da mostrare durante le tante manifestazioni antimafia».

È nato a Palermo che in quei giorni era diventata una “città mattatoio”, secondo la definizione di Attilio Bolzoni. Quanto sono stati importanti Falcone e Borsellino per la Sua generazione?

«Sono stati e sono tuttora importanti. Giovane studente liceale, politicamente impegnato, avevo un interesse sociale rispetto alle problematiche mafiose. Seguivo tutte le manifestazioni organizzate dopo l’ennesimo omicidio “illustre”. Ricordo anche quando insieme ai miei coetanei andavo a manifestare a Bagheria, per esempio, dove negli anni Ottanta imperava la guerra di mafia. La Palermo migliore, quella che credeva che un paese migliore, un domani migliore fosse possibile alla quale mi sentivo di appartenere, aveva come luce guida il pool antimafia di Palermo il cui padre era Antonino Caponnetto. Il magistrato aveva chiamato intorno a sé Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Falcone era quello più esposto e verso di lui c’era una sensibilità maggiore. Ricordo che il pool aveva deciso di cambiare le regole, aveva deciso di intervenire nei conti correnti bancari, aveva deciso di relazionarsi in un certo modo con i collaboratori di giustizia, ecc… Tutta una serie di strategie nate per cambiare le cose in Sicilia. C’era un grande interesse e una forte solidarietà nei confronti di Falcone e Borsellino in contrasto con il resto della città, che era purtroppo maggioritario, che invece li avrebbe voluti isolare, perché davano fastidio per le auto, per il parcheggio, per i rischi e per la pericolosità di vivere vicino a due magistrati così esposti. C’ero anch’io il giorno dei funerali dei cinque agenti di scorta nella Cattedrale di Palermo, la polizia fu costretta a intervenire all’arrivo dei rappresentanti dello stato (compreso il neo Presidente della Repubblica Italiana Oscar Luigi Scalfaro). La folla era inferocita, perché era stato deciso dalle forze dell’ordine che il piazzale antistante alla Cattedrale doveva essere lasciato libero. I palermitani invece volevano entrare, più di una persona iniziò a gridare “Fuori la mafia dallo stato”. Questa reazione ha innescato una serie di meccanismi positivi, la rabbia di quel giorno ha cambiato la mentalità di molti. Venticinque anni dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio qualcosa è cambiato nella mia città e in Sicilia, ma la mafia esiste ancora, ha solo cambiato strategia, il modo di presentarsi e di porsi. Ha cambiato vestito ma esiste ancora».

Tre anni fa ha regalato una copia della fotografia a Papa Francesco, com’è avvenuto quell’incontro?

«Ogni 21 marzo, primo giorno di primavera, Libera celebra la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Papa Francesco aveva partecipato alla messa nella chiesa di San Gregorio VII insieme a Don Ciotti e ai familiari delle vittime, esprimendo il desiderio “che il senso di responsabilità vinca sulla corruzione, in ogni parte del mondo” ed esortando i colpevoli alla conversione. Quindi Bergoglio aveva sentito parlare di Falcone e Borsellino. Il 22 marzo del 2014 per lavoro dovevo recarmi in Vaticano, perché il Santo Padre doveva incontrare un Capo di Stato. La sera del 21 marzo mi venne in mente di portare con me la foto di Borsellino e Falcone per regalarla al Pontefice. Alla fine dell’incontro ufficiale prendo la mia busta e consegno la foto al Papa raccontando tutta la storia. Papa Francesco mi ascolta interessato non immaginando che avessi voluto addirittura regalargli una copia. “È per me? Grazie”. Francesco ha toccato la foto quasi come se avesse voluto accarezzare i volti di questi due uomini, non eroi, semplicemente due fuoriclasse».

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