Il Paese ha bisogno di cambiamento. Intanto il 50 per cento evade le tasse

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L’elenco delle riforme urgenti “necessarie”, “urgenti”, “indifferibili”, “conditio sine qua non…” è malinconicamente lo stesso da decenni: quella della burocrazia, quella dei Ministeri, quella fiscale, quella scolastica, quella della giustizia civile, penale e amministrativa, quella della separazione delle carriere dei magistrati, quella del regionalismo, quella dell’abolizione delle Province, quella della riduzione del numero dei Comuni, quella del sistema bancario, quella della concorrenza…Da anni conviviamo tranquillamente con la realtà di una questione meridionale secolare irrisolta, con interi territori del Sud controllati principalmente dalle mafie e con la loro crescente penetrazione al Nord, con un’evasione fiscale immensa, che riguarda quasi il 50% dei contribuenti, con la corruzione dilagante in un intreccio perverso tra imprenditoria, amministrazioni pubbliche, politici… Quanto alla riforma istituzionale e costituzionale, siamo reduci da un recente bruciante fallimento… L’immigrazione ci sta cadendo addosso, dopo anni di mancato governo del fenomeno.

Paese bloccato

Il Paese è bloccato dalla fine degli anni ’60, dagli anni del fallimento del centro-sinistra.  Il debito pubblico ne rappresenta la fotografia realistica e spietata: i cittadini di questo Paese hanno scelto di vivere al di sopra dei propri mezzi. A spese di chi? Dei cittadini futuri. Il fardello che grava sulle generazioni presenti viene sempre caricato sulle spalle di chi verrà. Fino a quando? Fino a quando sarà diventato insopportabile per un numero di spalle sempre più esiguo. Bersani si è chiesto perché non insorga un nuovo ’68 di rivolta. Fatta salva l’esigenza di un resoconto meno mitologico di quegli anni, resta un punto: che il ’68 nacque dalle promesse di uno sviluppo, che gli anni e le generazioni successive non mantennero. La società italiana di oggi non è più in grado di fare promesse, tampoco di onorarle. Essa si presenta come un impasto rappreso di scontento, ribellismo corporativo, difesa arrabbiata dello stato di cose presente. In realtà, moltissimi vogliono il cambiamento, ma possibilmente degli altri.

In attesa di un messia

I più ingenui o i più furbi invocano l’avvento di qualche messia, sul quale scaricare l’onere delle scelte inevitabili e dolorose. Ma non appena queste si materializzano, le pulsioni “messianiche” si disperdono, rifluiscono in delusioni, che vanno a stabilizzare il blocco sociale e intellettuale conservatore del Paese.

Altri hanno trovato il “messia negativo”, il responsabile del male profondo del Paese: la politica, anzi, i politici, la casta. In antropologia, si presenta come il mito del capro espiatorio, già descritto nel capitolo 16 del Levitico.

Gran parte della comunicazione mass-mediatica ha investito su questo mito liberatorio della coscienza collettiva, con ciò mettendola al riparo da inquietanti esami di coscienza e, soprattutto, dall’onere di cambiare. Si tratta di un blocco socio-culturale politicamente e ideologicamente trasversale.

Da questo punto di vista il M5S rispecchia perfettamente questo mix di scontento, rivolta, conservazione. Né di destra né di sinistra, se “sinistra” dovesse significare innovazione e cambiamento e “destra” volesse dire conservazione. Né dell’una né dell’altra, anzi di tutte e due.  Ma occorre constatare che in tutte le principali forze politiche sono compresenti i filoni contraddittori, che alimentano il fiume limaccioso della conservazione dello stato di cose presenti e del declino.

Non serve la retorica. Serve la verità, anche se drammatica

È possibile sciogliere il blocco di cemento che sta trascinando il Paese verso il basso nel grande oceano del mondo? L’esperienza degli ultimi decenni conferma che non basta la comunicazione retorico-ottimistica: non quella di Renzi oggi, come non bastò prima quella di Berlusconi e, prima ancora, quella di Craxi.

Intanto, le principali forze politiche sembrano impegnate in una logorante guerriglia quotidiana, fatta di verbigerazione rissosa, di insulti, di insinuazioni, di polemiche da cortile, che alimentano la fuga e la deresponsabilizzazione. Si può – perché esistono settori socio-produttivi e culturali disponibili – e si deve costruire un blocco socio-culturale riformatore e innovatore.

Ma il punto di partenza non può essere la retorica del “c’è bisogno di Italia nel mondo e in Europa!”. Il punto di partenza è il dire tutta e solo la verità al Paese sulla condizione drammatica del Paese. Solo la verità può suscitare responsabilità. Senza illusioni.

Il PIL non cambia l’anima del Paese

C’è una parte, che forse è maggioranza, alla quale la verità/responsabilità non importa per nulla. Importa a quella metà di cittadini, che sono evasori/elusori fiscali? Non credo. Sì, le previsioni di Bankitalia danno una crescita dell’1,4%. Ma quand’anche lo sviluppo economico prendesse il volo – oggi del tutto improbabile – esso non modificherebbe di molto lo spirito pubblico.

Non è il PIL che cambia l’anima del Paese. È l’etica pubblica, intesa non come predicazione, ma come concreto programma di riduzione del debito pubblico, di controllo rigoroso dei centri di spesa nazionali, regionali e locali, di investimenti nei settori-chiave, di riforme. Un tale programma avrà la maggioranza? Probabilmente no. Solo la dura pedagogia dei fatti potrà portare alla formazione di una nuova coscienza pubblica. Non è accaduto nei cinque anni passati. Non accade di certo se la politica continuerà a pensare in termini di ciclo elettorale.

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