La beata Pierina Morosini, una ragazza semplice: «Mentre lei moriva i familiari non parlavano di vendetta, ma di perdono»

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«Mia zia fu subito colpita dal viso pulito, dolce e luminoso di Pierina Morosini. Adesso può sembrare scontata questa affermazione, ma mia zia lo affermò subito, quando la fama di santità di Pierina non era diffusa. Fu molto colpita anche dalla treccia sciolta, che considerava un segno della semplicità di una ragazza figlia del popolo bergamasco, religioso e gran lavoratore». Emilia Negri, 79 anni, di Lecco, infermiera in pensione, ricorda con commozione e precisione il racconto, ascoltato tante volte dalla zia paterna suor Emma Spreafico, della congregazione delle suore di Carità, che restò al capezzale della Beata Pierina Morosini nei giorni di agonia in ospedale, dal 4 al 6 aprile 1957, dopo l’aggressione sul monte Misma. «All’epoca — racconta Emilia — mia zia suor Emma stava per concludere i corsi di infermiera professionale, che comprendevano il tirocinio nel reparto di Seconda Divisione di chirurgia generale. La sera del 4 aprile 1957 ci fu grande agitazione nel reparto perché stava arrivando una autoambulanza con una ragazza in gravissime condizioni a causa dell’aggressione di un malintenzionato. Mia zia fu incaricata di stare al suo capezzale tutta la notte. Ad accogliere Pierina c’erano la caposala suor Ausilia Pellicioli, mentre il professor Gianforte Postiglione, collaboratore del primario, prestò le cure più urgenti. La ragazza fu trasportata in barella nella sala medicazione dove non venne più mossa perché in coma profondo. Pierina — prosegue Emilia con voce commossa, come se avesse vissuto quei momenti drammatici in prima persona — aveva la testa fracassata, aveva perso molto sangue a causa del tempo trascorso tra il ritrovamento e il trasporto in ospedale. Anche i capelli portavano i segni del sangue. Una treccia, come allora usavano le ragazze nei paesi, scendeva sul collo, perché si era sciolta nei momenti dell’aggressione». E la giovane infermiera suor Emma, futura caposala del reparto, passò due notti al capezzale di Pierina. «Le cure di allora — aggiunge la nipote — non erano ai livelli attuali. In ospedale neppure esistevano i reparti di rianimazione e neurochirurgia. Gli esiti degli esami, la successiva autopsia e i racconti sulla sua vita fecero subito dire che la ragazza in fin di vita era una santa. Anzi, il professor Postiglione dichiarò apertamente a tutti che per lui Pierina Morosini era la Maria Goretti bergamasca».

Stando al capezzale di Pierina, suor Emma conobbe i congiunti. «Nei giorni di degenza — racconta ancora Emilia — mia zia non sentì mai parole di vendetta o imprecazioni, che sarebbero state comprensibili a mente umana. Quanto raccontato da mia zia conferma le testimonianze confluite nella biografia della Beata. A un figlio che aveva urlato “Dov’è il responsabile che lo aggiusto io?”, la mamma di Pierina, abbracciandolo, rispose: “Stai calmo. Se Pierina potesse parlare ti direbbe di perdonare”». Poi ineluttabilmente sopraggiunse la morte di Pierina. «Mia zia — conclude Emilia, sempre ripercorrendo i ricordi — fu tra le persone che composero la salma, avvolta in veli bianchi come si usava allora per le giovani. Fu un omaggio postumo, anzi una vera opera di misericordia. Da quel giorno, mia zia divenne devotissima di Pierina e la indicò come modello di vita e impegno al personale medico-infermieristico che incontrò nella sua vita passata negli ospedali di Bergamo, Milano e Clusone. E ripeteva sempre: i miei occhi hanno visto una santa, perché sono tante le ragazze che difendono il loro corpo dalla violenza, ma Pierina l’aveva difeso in nome della fede e dei suoi ideali cristiani».

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