I “senza parola” destinatari della parola che rivela il mistero: Abbà, Padre

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In quel tempo Gesù disse: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza” (Vedi Vangelo di Matteo 11, 25-30).

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“Padre”

Tutto il passaggio è dominato dalla dolce fissazione di Gesù sulla parola “Padre”. È il termine che sta al cuore del messaggio evangelico perché esprime con una stupefacente semplicità l’identità stessa di Gesù. Nella lingua di Gesù “Padre” è “Abbà” che sta per il nostro “papà”. La parola ci svela dunque qualcosa dello straordinario mistero di Gesù e del suo rapporto con Dio. Una intimità unica lega il Figlio all’abbà del cielo. Ma quella parola non dice solo il mistero di Gesù, ma anche il nostro. Perché lo Spirito che abita i nostri cuori ci abilita a chiamare Dio così come lo chiamava Gesù. Lo Spirito, infatti, grida in noi: “Abbà” (vedi lettera ai Romani 5, 5). Anche noi siamo figli, dunque. Lo siamo già. Lo vedremo in piena luce quando nasceremo all’altra vita, come il bambino che, buttato nel mondo, ha la sensazione di smarrirsi. Ma quello smarrimento gli permette di vedere padre e madre che gli hanno dato la vita. Lo vedremo faccia a faccia, lo conosceremo perfettamente come siamo conosciuti (vedi 1 Corinzi, 13, 13).

Quella inattesa vicinanza di Dio, però, non toglie nulla alla sua divina grandezza: è il “signore del cielo e della terra”, infatti.

Ora quel Dio così “divino” e così vicino da essere “papà” si comporta in maniera meravigliosamente strana. Nasconde i suoi segreti ai sapienti e ai dotti e le rivela ai “piccoli”. La parola “piccoli” si può tradurre, alla lettera, con “infanti”, i “senza parola”. A loro, ai senza parola, è rivelata la parola che rivela il mistero: “Abbà”.

Gesù chiede solo di stare con lui

Poi Gesù continua: “Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”. Affermazione profonda e intensissima. Tutto viene dal Padre: il Padre è colui che dà, il Figlio è colui che riceve. Tra Padre e Figlio esiste una reciproca conoscenza (nel senso biblico di “conoscere” che è sinonimo di “amare”). Noi, chiamati a quella comunione, vi arriviamo solo attraverso il Figlio, lui che è il nostro fratello e il nostro mediatore verso il Padre. Proprio perché è il nostro mediatore dobbiamo “andare a lui”. Soprattutto se siamo stanchi, affaticati, soli. È lui il nostro compagno di viaggio e di sofferenza. Non ci chiede nulla di pesante, non è il rabbino che impone insopportabili osservanze di leggi e di prescrizioni ai suoi discepoli. No: ci chiede solo di stare con lui: questo è l’unico, dolce “giogo” che egli ci chiede di portare.

Non tanto capire Dio, ma goderne la bontà

Spesso ci chiediamo che cosa dobbiamo fare per essere discepoli del Signore. Forse il Vangelo di oggi non ci chiede tanto di fare, ma di essere, di prendere atto di ciò che siamo. Non ci chiede di conquistare la benevolenza di Dio, ma di goderla.

Ad altri il compito di servire Dio, a voi quello di immedesimarvi a Lui: ad altri credere in Dio, sapere che esiste, amarlo e venerarlo; a voi gustarlo, comprenderlo, conoscerlo e goderne (Guglielmo di Saint-Thierry, La lettera d’oro).

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