Quasi 250 richiedenti asilo all’opera come volontari in Bergamasca: “Cosí ci sentiamo parte della comunità che ci ospita”

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Sono 243 i richiedenti asilo che svolgono attività di volontariato a Bergamo e provincia (dati aggiornati al 29 maggio 2017). Un’attività resa possibile grazie alla sottoscrizione tra Prefettura, Caritas, sindacati, diversi Comuni e cooperative del Protocollo d’Intesa del 2 ottobre 2014, con lo scopo di favorire percorsi educativi di accoglienza e integrazione che permettano al migrante di conoscere e fare qualcosa per il territorio che lo ospita, promuovendo in questo modo la formazione di una coscienza della partecipazione. “Una bella opportunità per i richiedenti asilo – riferisce Roberto Zanotti, Responsabile del Volontariato dell’Area Rar della Cooperativa Ruah -. La Commissione Territoriale dovrebbe tener conto del loro impegno; bisognerebbe far sì che ci sia una sorta di premialità per chi davvero dimostra di interessarsi al territorio. Stiamo chiedendo un aggiornamento del Protocollo d’intesa, per aggiungere altri punti, come la consegna ai ragazzi di un attestato finale, gesto per loro importante e gratificante”. Il percorso ha visto coinvolte in questo arco di tempo 1263 postazioni attivate in varie realtà del territorio della provincia (a Bergamo 262 postazioni). E se all’inizio non sono mancati gli ostacoli, tra cui la chiusura da parte del territorio e di alcuni referenti, la difficoltà nel trovare delle postazioni e nel fare capire agli ospiti dei centri di accoglienza la nozione stessa del volontariato, ora la situazione è migliorata su più fronti: “Sta crescendo il numero degli ospiti che decide di prendere parte ad attività di volontariato – prosegue Zanotti -: iniziano a capire meglio di cosa si tratta. Inoltre anche il territorio è diventato più aperto e attento”. Tra i richiedenti asilo volontari vi è Rayan Aminu, 31 anni, originario del Togo e attualmente domiciliato presso la struttura di prima accoglienza Casa Mons. Roberto Amadei. Nel suo Paese lavorava come autista di piccoli bus da circa 15 persone. Prima di arrivare in Italia, è stato in Ghana e in Sud Arabia. “Ho cominciato la mia attività di volontariato quando vivevo a Castione – racconta -: lavoravo con un signore italiano di nome Ronaldo. Ho deciso spontaneamente di seguirlo nei suoi vari lavori di manovalanza: all’inizio all’interno della struttura, poi anche in altre attività esterne. Nessuno mi ha proposto di lavorare con lui: lo vedevo sempre in struttura e ho deciso di cominciare ad aiutarlo. Arrivato a Bergamo ho invece svolto diverse attività: all’inizio mi occupavo dell’imballaggio di torte assieme a un altro ragazzo. Ho svolto tantissimi tirocinii: l’ultimo riguarda la pulizia del quartiere della Malpensata. Svolgo soprattutto pulizia delle strade e dei cestini, in particolare nella zona vicina a dove si svolge il mercato del lunedì. Mi occupo di questa attività da circa due mesi”. Per Rayan il volontariato non è solo un modo per rendersi utile sul territorio, ma anche per tenere la mente occupata e mandare via la nostalgia per la famiglia: “Rappresenta un mettermi in movimento in un periodo della mia vita quasi totalmente “fermo”. Nel mio paese ero un gran lavoratore e mi piaceva avere sempre qualcosa da fare. Non avendo documenti, qui in Italia non potrei lavorare e dormire tutto il giorno non fa per me. Quando sono partito dal Togo ho dovuto lasciare la mia famiglia, in particolare mia moglie e le mie figlie. E’ una situazione molto difficile e quando non sono in movimento è inevitabile che questi brutti pensieri mi tornino alla mente. Preferisco reagire e portare avanti un progetto. Certo, avrei bisogno di guadagnare qualche soldo per la mia famiglia, ma senza documenti non posso iniziare a lavorare. Per il momento considero il tempo la mia forma di pagamento: posso utilizzare questo periodo di fermo per sviluppare più conoscenze possibili. Ogni attività mi rende felice: dà un senso al motivo per sono qui. Quest’ultima è la mia preferita: mi fa sentire utile e parte della comunità che mi sta ospitando. Mi piace molto rendere la città in cui vivo un posto più pulito”. E in questo modo si rompe anche il ghiaccio con la popolazione: “Sono tutti molto curiosi di conoscerti quando vedono che ti attivi per il territorio: non sei più straniero, ma qualcuno che fa parte del loro mondo. La gente si affeziona a te e iniziano a conoscerti come persona. Apprezzano le tue qualità e non sei più solo un numero”. E conclude: “Grazie alle attività di volontariato ho imparato moltissime cose e spero che, quando avrò i miei documenti, potrò partire già avvantaggiato. E’ stato un po’ come accrescere il mio curriculum nell’attesa di poter lavorare. Mi piacerebbe in futuro avere un lavoro che mi permetta di continuare a imparare:  per me è una condizione necessaria, a prescindere dai soldi”.

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