Del buon uso delle paure

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[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo ( Vedi Vangelo di Matteo 14, 22-33).

Per leggere i testi di domenica 13 agosto, diciannovesima del Tempo Ordinario “A”, clicca qui)

Il possibile pericoloso entusiasmo della gente

È appena avvenuta la moltiplicazione dei pani. Gesù ha preso cinque pani e due pesci e ha dato da mangiare a oltre cinquemila persone. La situazione è tanto più rischiosa quanto maggiore è l’entusiasmo della gente. Sono casi come questi, infatti, che fanno rinascere antichi sogni popolari di un Messia potente, magari politicamente potente, capace di mettersi alla testa di un eventuale movimento insurrezionale contro i Romani che occupano il paese. Gesù è preoccupato che questo possa avvenire.

Molte volte ordina di non divulgare la notizia dei suoi miracoli. Altre volte fa in modo che l’entusiasmo non dilaghi. Forse è per questo che all’inizio del vangelo di questa domenica si dice che Gesù ordina ai suoi di salire subito in barca. Si potrebbe tradurre anche che ordinò di salire in fretta, prima, appunto, che l’entusiasmo divampi. Una volta partiti i discepoli, Gesù si ritira a pregare: non la folla in tumulto, dunque, ma la solitudine del dialogo con il Padre.

Il mare, la tempesta, il “fantasma”

I discepoli attraversano il lago, è notte e la barca è agitata dalle onde. Gli ebrei temono il mare. La fantasia popolare parla di mostri che abitano il mare e che lo rendono pauroso. Per lo stesso motivo, quando gli Ebrei vogliono esaltare il potere di Dio, del loro Dio, dicono che Egli può camminare sul mare, domare da assoluto signore il mondo indomabile del mare e delle sue tempeste. Sul mare passava la tua via, i suoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili, dice il salmo 77.

Ma quello che è scritto nelle preghiere degli ebrei non può essere applicato, senza sussulti, a quello che gli apostoli spaventati vedono apparire sulle onde del mare in tempesta. E pensano quindi a un fantasma e si spaventano. La paura viene superata grazie a Gesù stesso che si fa riconoscere: Sono io. Non temete.
Alla paura subentra l’euforia di Pietro che chiede di poter camminare anche lui sulle acque. Ma è un’euforia che dura poco. Pietro affonda. Allora Gesù lo rimprovera: Uomo di poca fede, perché hai dubitato? È il rimprovero che ricorre sempre in situazione di tentazione e di dubbio. E lo tira in barca.

Alla fine Gesù che cammina sulle acque appare “Signore” che ha la stessa dignità di Dio, il Dio che traccia i suoi sentieri sulle grandi acque. Gesù è davvero il Figlio di Dio. Questo è il senso del gesto finale del racconto. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”.

Anche le paure

È nota la frase Pascal: “Del buon uso delle malattie”. Si potrebbe titolare il vangelo di oggi così: “del buon uso delle paure”.
I credenti, infatti, non sono esenti dalle paure di tutti: quelle delle malattie e della morte, della perdita degli affetti, del futuro incerto. Prima che Gesù si faccia conoscere, i discepoli hanno soltanto molti motivi per avere paura, non ne hanno ancora nessun per superarle. Avviene una cosa sorprendente: il motivo delle loro paure si rivela essere il loro definitivo superamento. Quello che pensavano essere un fantasma, si rivela come il loro amico Gesù. Anzi, proprio perché l’hanno visto camminare sulle acque, capiscono che Gesù non solo è l’amico, ma è “Signore”. Si prosternano e lo venerano.

Ecco la nostra possibile scommessa: passare attraverso le nostre paure e scoprire dentro quelle paure una inattesa compagnia, venerare quel compagno sorprendente come il Signore che, avendoci fatto compagnia nella grande paura, può essere il nostro Signore al quale affidarci anche dopo, lungo tutte le stagioni, buone e cattive, della nostra vita.

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