La violenza su una donna, il commento del mediatore culturale, e quell’idea primitiva e “trasversale” della donna-oggetto

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L’ultimo episodio risale a questi giorni: un commento, comparso sotto la notizia dello stupro avvenuto a Rimini ai danni di una ragazza polacca, secondo cui “Lo stupro è peggio all’inizio, poi la donna si calma e gode come un rapporto normale”.

Parole aberranti, che entrano a gamba tesa nel già delicato e infiammato discorso sulla violenza sessuale tornato alla ribalta visti gli agghiaccianti eventi recenti, e che lasciano tanto più sconcertate e arrabbiate perché a scriverle è stato Abid Jee, 24 anni, che dal 2016 lavora come mediatore culturale per la cooperativa bolognese Lai-Momo, attiva nel campo dell’accoglienza. Mediatore culturale: una persona che dovrebbe fare da ponte tra due culture – quella di chi arriva in Italia e quella italiana – per favorire l’integrazione costruttiva. Eppure, le parole del commento rimandano ad altro: all’idea di donna come bestia da domare, di stupro come atto dovuto per tenere il controllo, di violenza che sotto sotto non è poi così violenza perché “poi la donna gode”.

Si potrebbe aprire una parentesi infinita sul delicatissimo ruolo della figura del mediatore culturale o sulle modalità con cui queste figure vengono selezionate, ma forse in questa sede vale la pena soffermarsi su altro: sulla leggerezza, cioè, con cui un uomo nel 2017 si senta libero e legittimato nello scrivere un simile commento parlando di uno stupro. Come se non stesse dicendo nulla di male, o di strano. Come se stesse scrivendo, che so, le istruzioni d’uso di un tablet. Un tecnicismo, una cosa normalissima.

E forse è questo a lasciare maggiormente schifate, e arrabbiate, e impaurite. Nelle parole di Abid Jee riecheggiano, brutali, concetti che ci stiamo abituando a sentire di nuovo: “se l’è cercata, in fondo le è piaciuto, ad una donna sotto sotto piace essere presa con la forza, tante storie ma poi chissà quanto ha goduto, se non voleva perché non ha gridato?”. Quante volte le abbiamo lette e sentite, queste frasi? Quante volte abbiamo visto commenti di questo tenore sotto le notizie di stupri o molestie? Quante volte sono stati gli stessi rappresentanti istituzionali a definire “bravate” gli stupri di gruppo (come è successo a Pimonte, dove a luglio il sindaco definì “ragazzata” lo stupro di gruppo avvenuto ai danni di una 15enne) o a sminuire certi atti? Quante volte abbiamo sentito amici o conoscenti sghignazzare perché “Vabbeh, ma se va in giro vestita così, per forza che le succedono certe cose!”? Quante volte ci siamo sentite vulnerabili, perché gli sguardi da branco a preda ce li sentivamo sulla pelle, camminando per strada?

Indignarci o scandalizzarci soltanto perché quelle parole le ha scritte uno straniero significa dimenticare che quelle orrende parole sono l’eco di una cultura dello stupro che non è mai morta nemmeno qui da noi. Significa dimenticare che quella frase è lo stesso identico pensiero di un intero substrato di uomini – indipendentemente dall’origine geografica – per cui le donne sono e restano esseri inferiori, da trattare al pari delle bestie, e per cui lo stupro altro non è che un modo per sottometterle. Non atto ignobile, non violazione e lacerazione intima nel corpo e nello spirito, non violenza gratuita e aberrante, ma azione quasi legittima. Quasi dovuta. Dimenticarsene, far credere  che il problema sia Abid Jee in quanto straniero e non Abid Jee in quanto uomo che ha scritto frasi inaccettabili significa essere complici di questa cultura dello stupro. Questa sì, trasversale alle culture e alla provenienza.

 

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