Maria, iconografia contemporanea. In viaggio nei quartieri della nuova cultura dell’immagine

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Le vie del Signore sono infinite. Ma anche quelle di Maria. Quantomeno quelle della sua straripante iconografia che, dal tradizionale repertorio artistico e devoto, sta massicciamente dilagando nei molti quartieri della nuova cultura dell’immagine. L’immaginario religioso di matrice cattolica continua a fornire materia prima per le alterne divagazioni che prendono vita nelle sue multiformi manifestazioni. Soprattutto quel mondo dell’arte contemporanea che ama frequentare la sfrontata e imprevedibile vivacità dell’estetica pop. È un mondo che va guardato con l’atteggiamento giusto.
Osservarlo con le immutate aspettative che per tradizione si riservano alla convenzione dell’arte religiosa significa, come succede il più delle volte, incorporare inutile risentimento, senza peraltro riuscire a comprendere il senso di fenomeni che non spuntano mai per arbitrio di qualche genio del male. Le immagini sono una cosa seria. Quando si impongono, la loro forza ha radici sempre molto profonde, che chi vuole restare in questo mondo deve imparare a capire. Lo spopolare dell’immagine della Madonna nelle molte forme del visivo contemporaneo testimonia se non altro della potenza simbolica che quella figura non smette di emettere, continuando a riverberare, con impressionante longevità, anche molto al di là dei suoi originari perimetri devoti. Anche quando tutto questo avviene nella chiave dell’ironia, della parodia, della dissacrazione, del cortocircuito parabolico, della contaminazione culturale, e di molte altre forme di decostruzione simbolica a cui la nostra cultura ci ha ormai assuefatto. Non esiste ironia che sia efficace senza che essa debba prendere sul serio e mantenere in qualche modo intatto il senso primo del contenuto su cui vuole esercitare il suo sarcasmo.
Gli esempi sono sterminati. Chi è curioso può andare a vedere le madonne di Pierre et Gilles, quelle di Soasig Chamaillard, quelle delle fantasmagorie iperrealistiche di David Lachapelle, o quelle dell’italiano Igor Scalisi. Una sola avvertenza: dotarsi di senso dell’ironia prima dell’uso.


Il tema di Maria assunta in cielo, con la sua tradizionale impronta iconografica, ci può aiutare però in un piccolo viaggio alla scoperta dell’interessante tramestio che si consuma nei retrobottega delle nuove tendenze artistiche, alle quali l’insaziabile sete estetica della nuova cultura dell’immagine ha messo a disposizione il ritorno all’attualità e la legittimità di esercizio di qualsiasi tecnica, disciplina, stile, immagine, che dal passato tornano a nutrire la creatività inarrestabile dell’assoluto visivo del nostro tempo. Così per esempio ha ripreso un posto sulla scena una nuova figurazione artistica a cui il mondo religioso guarda con non troppo segreta fascinazione. Accontentiamoci di stare in Italia. Stefania Massacesi ha presentato nel 2011 al festival di Rimini una Assunta che volteggia sui cieli di una Gerusalemme martoriata.

Giovanni Gasparro, pittore iperrealista sponsorizzato dal Foglio e da Vittorio Sgarbi, ha in repertorio un’inquietante immagine di Maria, non proprio assunta in cielo, ma già intronizzata, secondo la visionaria descrizione di Apocalisse, gravida dell’uomo nuovo, stagliata sul fondo di un cielo lugubre, livido come in certi film di fantascienza postatomica.

A questa figurazione vagamente retro, sull’altra sponda di una ipotetica barricata dell’arte, si fa valere, con inconfrontabile vantaggio di popolarità, la famosa Madonna della pistola, unica opera in Italia di Banksy, il più famoso e ancora ignoto writer del mondo, che a Napoli, precisamente in piazza Gerolomini, ha lasciato uno stancil in cui compare una madonna assunta che contempla, con sguardo malinconico e rassegnato, una pistola volteggiante proprio a centro di un’aureola. Ironia su una Napoli che accetta di far convivere il senso di una devozione primaria e barocca con il mantenimento di costumi criminali che non cessano di essere cultura comune? Chi lo sa. Forse. Nel frattempo l’opera è divenuta oggetto di protezione civica e di inarrestabili pellegrinaggi.

Molto simile, per questa adozione di un’immagine religiosa nella chiave di un sarcasmo di denuncia, può essere il lavoro di Antonio Riello che su modellini in scala di snelli ed eleganti aerei da guerra, dipinge a vernice tradizionali immagini religiose di angeli volanti e madonne assunte. Denuncia della religione come strumento di violenza? O denuncia della guerra che spesso si traveste da finto e angelico pacifismo? In questi cortocircuiti di senso è sempre difficile distinguere analiticamente dei significati. Meglio tenere aperte le strade dell’interpretazione.


Resta un dato certo il potere immaginifico di un’iconografia ancora piena di energia emanatoria. Il credente che si avvicina a queste opere deve sapere che non può cercare qui adeguate soluzioni al bisogno di immagini di cui la sua fede sente la necessità. Non ne hanno le caratteristiche e nemmeno l’intenzione. Se lo capirà potrà trovare interesse anche per questo eccentrico esercizio estetico. Pensare o sorridere, a seconda dei casi. Entrambe le cose sono dono dello spirito.

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