Un Dio debolissimo che muore in croce

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Donatello, crocifisso ligneo (chiesa di s. Maria dei Servi, Padova)

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno (vedi Vangelo di Matteo 16, 21-27)

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Il messia secondo Pietro e il messia secondo Gesù

Nel vangelo di domenica scorsa Pietro aveva professato la sua fede: Gesù è il messia. Ma Pietro ha una sua idea di messia che, lo si vede nel vangelo di oggi, non collima con quella di Gesù.

Gesù, infatti, cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto. “Doveva”: anche la sofferenza rientra nel piano misterioso di Dio. Sofferenza tragica perché avallata da tutti i gruppi più in vista del mondo religioso israeliano: gli anziani, cioè i rappresentanti delle ricche famiglie di antica tradizione ebraica; i i capi dei sacerdoti, responsabili del tempio; gli scribi, studiosi di scrittura e uomini di cultura.

A quella morte così apparentemente giusta, Dio darà la sua particolarissima risposta: negherà quella morte, facendo risorgere Gesù. Ma Pietro, appunto, non capisce. Nel vangelo di Matteo Pietro ha appena avuto uno straordinario riconoscimento da parte di Gesù. È stato definito la pietra sulla quale Gesù fonderà la sua Chiesa. Sembra di intuire che Pietro, proprio per quello, si sente in dovere di intervenire. Prende “in disparte”, Gesù e gli dice che non è possibile che il messia finisca la sua vita in croce, con la morte più infamante.

Pietro, come molti suoi contemporanei, lega la figura del messia a una qualche manifestazione di forza. Perfino nel Getsemani, quando Gesù sta per essere arrestato, è proprio Pietro che estrae la spada e si mette a combattere. Ma Gesù lo rimprovererà: Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato? È lo stesso rimprovero che gli rivolge, più duramente, adesso: Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!. Satana significa “avversario”, “ostacolo”: è colui che si oppone: Gesù, invece, “deve” patire e morire. Pietro è diventato “avversario” perché rifiuta il progetto di Dio.

Gesù dunque annuncia la sua passione: deve donare la sua vita per gli altri e aggiunge che coloro che gli vogliono andare dietro devono fare la stessa cosa e come il loro maestro, essere disposti a perdere tutto se vorranno “guadagnare” il Regno.

La ricorrente tentazione di un Dio forte

La tentazione di un Dio forte che si mette al nostro servizio torna, sempre. Anche oggi. È l’idea, inconfessata, di Pietro. Se Dio interviene nelle vicende degli uomini, lo si deve vedere, precisamente, dalla sua forza. Dio vince, proprio perché Dio. Oggi molti uomini di cultura, politici, uomini di ogni estrazione si dichiarano cattolici mentre affermano una loro idea di uomo, di politica, di società. Io sono cattolico e voto quel tal partito, sono cattolico e chiedo alla Chiesa di prendere posizione contro quell’altro partito, sono cattolico e chiedo che la Chiesa affermi la sua dottrina più tradizionale contro la deriva della società moderna… Dietro queste instanze sta l’idea di un Dio forte e quindi di un Dio che “serve” a qualcosa.

Nel vangelo di oggi Dio non serve a qulacosa. Si limita, al contrario, a donare tutto, in croce. Se l’uomo accoglie un Dio siffatto è chiamato a vivere, in pienezza la sua umanità. Perfino quando è debole, sconfitto dalla malattia, emarginato, morente.

Il Dio che si impegna a mostrare i muscoli e soprattutto a sconfiggere qualche avversario è lo strafalcione del Dio del Vangelo.

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