«Le Driadi Slow Farm»: una famiglia, una vigna e il sogno di una vita diversa, coltivato con molta passione

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Non esiste una strada che porti all’azienda agricola «Le Driadi Slow Farm»: una volta arrivati a Palazzago a un certo punto bisogna salire, inerpicandosi tra i boschi, finché l’auto non passa più, e proseguire a piedi. Una volta, su quelle colline, c’era un eremo: una minuscola casa di pietra, una stanzetta adibita a cappella per la preghiera, un giardino, dove una suora viveva da sola, e accoglieva piccoli gruppi in visita dalle comunità vicine. Tutt’intorno, lungo il pendio scosceso della collina, ci sono le viti, verdissime, disposte in filari ordinati. E poi alberi da frutta, piante aromatiche, un piccolo orto.

Le Driadi nella mitologia sono le ninfe delle querce, che incarnano la forza generativa della natura. Creature belle e gioiose, che secondo le antiche leggende ogni tanto si facevano sorprendere mentre danzavano in cerchio al tramonto. La quiete e la magia dei boschi che circondano questa nuova fattoria hanno convinto la famiglia Chenet – Luciano, Gabriella e il loro figlio dodicenne Marco – a comprare il terreno nel 2014, a scegliere questo nome per l’azienda agricola.

«Abbiamo realizzato un sogno  – spiega Gabriella – che da tempo tenevamo nel cassetto». Luciano, ingegnere, lavora in una società, e dedica alle Driadi la maggior parte del suo tempo libero. Sua moglie ha passato parte della carriera professionale in una grande industria farmaceutica, ora però ha deciso di dedicarsi alla “Slow Farm” a tempo pieno. È lei, quindi, che provvede in prima persona alle tante cure quotidiane di cui le viti hanno bisogno. “A volte – racconta – bisogna lavorare senza macchine, soltanto a mano, perché ci son punti di questo vitigno in cui la pendenza arriva al 46%. Usiamo solo prodotti naturali, secondo i principi dell’agricoltura biodinamica”.

Alle Driadi si produrranno, a regime (sono appena arrivate le prime bottiglie) tre tipi di Merlot, conservati in botti diverse: quelle d’acciaio, dove invecchierà poco, solo sei mesi, e le classiche “barrique”, dove il vino più “prezioso” resterà per 12 e 18 mesi.

Tutt’intorno, sugli antichi terrazzamenti, è nato anche un frutteto arricchito da molte siepi edibili: dalle bacche di gogji al mirtillo siberiano, dal corniolo all’olivella. E poi ci sono le mele di tante varietà antiche, provenienti dalla zona di Albino, in Valle Seriana, e da Agordo, nel bellunese, luogo di origine dei titolari dell’azienda, nel rispetto di un’idea sana di biodiversità.

Per i Chenet, agricoltori di prima generazione è un ritorno alla terra, ai ritmi della natura, alla quiete e al silenzio, alla fatica, che ha come ingredienti principali tanta passione e dedizione; la scelta di una vita diversa: “Sono in tutto quattro ettari di terreno – raccontano – divisi tra vigneto esistente (un ettaro), un vigneto futuro (mezzo ettaro), frutteto e bosco, salvati – con tanto lavoro – dai rovi e dall’abbandono; una terra ripida e impervia, dove solo il cuore e la passione possono portare dei frutti». Per informazioni sulla loro attività e per andarli a trovare si può consultare il sito https://ledriadi.wordpress.com/.

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