Fotografare l’anima. Ricordando Sergio Corini

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“Ehi monsignore!”. Sentivi la voce e, pur tra tanta gente presente alle feste religiose dei nostri paesi, riconoscevi immediatamente la sua voce. Al solito saluto, sempre pronunciato col volto sorridente di chi è contento della sua vita, ribattevo con la solita risposta: “Fa’ l’brao Sergio, sono già rosso di capelli, il vestito rosso non mi serve!”. E si rideva, mentre la mia mano affusolata stringeva la sua mano destra paffuta, mentre la sinistra reggeva la preziosa macchina fotografica, rigorosamente assicurata anche al collo con la tracolla.

“Il fotografo”

Lui era Sergio Corini, per molti, soprattutto a Grumello, ma anche in tanti altri paesi, “il fotografo”. Quando pochi giorni fa il sacrista Gigi mi ha chiamato dicendomi: “don, è morto Sergio, il fotografo!”, chiedendomi di andare per la benedizione, in quanto il parroco era a Roma per un impegno, ho provato un forte dispiacere. Mi sono venute in mente le sue foto: ne posseggo molte, perché Sergio ne regalava a migliaia a noi preti.

Mi sono passate davanti agli occhi le immagini di tanti volti, della nostra Madonna del Voto, del Santo Crocifisso di Telgate, dei gruppi di amici che Sergio chiamava a gran voce e disponeva con ordine dicendo: “tu che sei alto, vai dietro… tu, nascondi il giornale… eh però sorridete, che non è un funerale!”.

Sguardo in profondità

So di non esagerare nel dire che Sergio aveva un dono: fotografare l’anima. Le sue foto non erano semplicemente possibilità per fissare un istante degno di essere ricordato, ma traducevano uno sguardo profondo, capace di cogliere ciò che ciascuno portava nel cuore.

Lo capivi quando, col sorriso che sempre lo accompagnava, ti consegnava le foto e le commentava: “guarda qui, eri preoccupato vero? Guarda questo signore, non sta bene poveretto, guarda quello, sta soffrendo in questo periodo, lo so io…”. Sergio nel suo obiettivo non vedeva i clienti, vedeva uomini e donne a cui voleva bene.

A volte poteva quasi risultare burbero, come quando qualcuno gli chiedeva: “come stai Sergio?” e lui rispondeva, in bergamasco, “cosa ta interesa a te?”, per poi scoppiare a ridere.

Guardare in alto

Mi ha commosso vedere la camera ardente di Sergio Corini nel suo negozio, perché è stata una scelta delicata e splendida: bisognava salutare Sergio là dove lui aveva vissuto la sua vita, con i suoi affetti e le sue foto. Mi piace pensare che avrà incontrato sua moglie, raggiunta in cielo proprio il giorno successivo al compleanno di lei. Di certo, anche là Sergio non starà seduto a far nulla: ci guarderà e, sorridendo, ci aiuterà a guardare in alto.

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