La globalizzazione e il vento del secessionismo attraverso l’Europa. Non sappiamo più dire “noi”

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La parola globalizzazione si associa abitualmente a immagini di apertura: orizzonti più ampi, comunicazioni più facili, una diffusione capillare della cultura e dell’informazione. E’ completamente opposta, però, l’impressione che si ricava dalla cartina che circolava sui social network all’indomani del referendum in Catalogna (la potete vedere nella foto di apertura del post): un reticolo fittissimo di confini che mostra quanto sia forte lo spirito secessionistico nel cuore dell’Europa e perfino in Italia, dove ci si prepara a votare un referendum (il 22 ottobre) con il quale Lombardia e Veneto desiderano ottenere maggiore autonomia regionale.
L’impressione è quindi – nel complesso, senza riferimenti a casi specifici, ma a logiche di ampio respiro – che a crescere sia l’egoismo, non l’apertura: come se questo movimento di ripiegamento su di sé che è insieme psicologico, sociale, economico e culturale, dall’individuo si allargasse alla famiglia, ai gruppi sociali, alle identità locali, fino alle istituzioni.
E’ il grande paradosso della società contemporanea: all’apparenza iperconnessa, ma segnata da fratture profonde. Proiettata verso un progresso tecnologico rapidissimo, in realtà sempre più smarrita, facile preda di istinti e comportamenti tribali (pensiamo all’odio in rete, all’utilizzo che ne fa la politica), avviluppata in una sorta di regressione emotiva.
Papa Francesco in un contesto così difficile e composito invita ad andare in controtendenza, a combattere le conseguenze “causate dall’inerzia di molti e dall’egoismo di pochi”: fame, sottosviluppo, spostamenti forzati di intere popolazioni. 
Molti studiosi (da Jean Claude Guillebaud a Ulrich Beck a Jeremy Rifkin), d’accordo con il Papa, dicono che siamo alla fine di un’epoca, che il mondo è nel mezzo di una metamorfosi, che non lascia per ora intravedere con chiarezza scenari futuri e appare, in molti casi, fuori dal nostro controllo. Per costruire davvero una società umana dignitosa e solidale, però, come segnala monsignor Vincenzo Paglia nel suo ultimo saggio “Il crollo del noi” (Laterza) agli uomini serve una visione del mondo che si proietti sul futuro, “di un sogno che possa unire i popoli attorno ad una prospettiva che vada oltre gli interessi delle singole parti”. La dimensione dell’”io”, che abbiamo coltivato così bene, non basta, è diventata insostenibile. Le vere sfide per il futuro sono la fraternità e la solidarietà, che devono essere reinventate, perché al di là dei confini e delle bandiere (che pure continueranno ad esistere) possiamo imparare di nuovo a dire “noi”.

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  1. silvana messori on

    chi conosce un po’ di insiemistica, nella stessa nuvoletta(diremmo oggi) ci mettiamo “oggetti” della stessa specie e ci si accorge in realtà che ciò avviene anche per gli “individui” che a loro volta, si aggregano diventando dei “noi” in logiche di pensiero trovando nella stessa nuvoletta, un sentir comune, quale dimensione prima. E’ vero che dobbiamo imparare ad esprimerci con il noi, ma penso, che dobbiamo in altrettanta maniera andare oltre, ampliando e non restringendo il campo visivo, tenendo ben presente quel “noi” in che cosa, con chi, desidero essere più di un singolo. Guardiamoci dentro e troviamo cosa c’è che ci fa sentire bene, felici…! per me è non sentirmi sola nell’affrontare la vita in tutti i suoi aspetti, sapendo che da soli, non si va da nessuna parte! ciao!

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