Halloween, la notte delle streghe. Il filosofo Salvatore Natoli: «È un modo per giocare con la propria mortalità»

0

“Trick or Treat?”, “Dolcetto o Scherzetto?”. Il 31 ottobre sera di Halloween, i bambini si travestono e vanno di porta in porta nel proprio quartiere per chiedere caramelle e dolciumi. Non appena la porta viene aperta, i bambini gridano “Dolcetto o Scherzetto” e allora i vicini di casa (che hanno preparato una ciotola piena di dolcetti) scelgono ovviamente la prima opzione.

Halloween è una festività popolare di origine celtica, celebrata la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre con scherzi e travestimenti macabri e portando in processione zucche intagliate e illuminate all’interno. Infatti, caratteristica della festa è la simbologia legata alla morte e all’occulto, di cui è tipico il simbolo della zucca con intagliata una faccia il più delle volte spaventosa e illuminata da una candela o una luce posta all’interno, derivato dal personaggio di Jack-o’-lantern.

C’è chi la chiama notte di Halloween e non vede l’ora di scatenarsi tra balli, maschere, vampiri, streghe e zucche. «Il carattere macabro di tale ricorrenza ha assunto dapprima negli Stati Uniti e poi via via nel resto del mondo un lato ludico, perché è un modo per esorcizzare la morte. Da un lato c’è la componente della fine, dell’oltre e dall’altro lato appartiene alla tradizione anche non americana, di giocare con gli scheletri. “La danza degli scheletri” è una cosa antichissima, anche a livello teatrale, ed è ironizzante. È un modo per esorcizzare la morte, di ridicolizzarla, di giocarci sopra. In poche parole giocare con la propria mortalità. Quindi da questo punto di vista la componente di terrore è trasfigurata, trasformata in un gioco ironico e quindi in una festa» chiarisce il filosofo Salvatore Natoli, da noi intervistato.

Halloween, “All Hallow Eve” cioè vigilia di tutti i Santi. La Chiesa Cattolica specialmente nei tempi antichi ha cercato di rivestire di un senso cristiano le feste pagane. «Sì, in generale la Chiesa ha ripreso molte volte riti pagani. In questo caso nel mondo antico, nella paganità, in molte civiltà il rapporto con la morte è stato sempre un grande rapporto rituale, ovviamente secondo le varie culture e tradizioni. Per esempio presso i greci il morto doveva essere sepolto con tutti gli onori, perché se la salma non veniva sepolta, lo spirito era costretto a vagare, rimaneva volante e poteva vendicarsi di questa trascuratezza nei suoi confronti. C’era anche una componente rituale, perché in alcune culture il morto era concepito non tanto quanto qualcosa che si dissolve e marcisce ma come un ascente (sinonimo di salire, chi si muove per un luogo più alto, più importante in senso figurato N.d.R.), gettato nella terra per la ciclicità della vita. In tutte le culture, la morte è sempre stata uno dei temi dominanti e ha una sua ritualità, è l’evento che caratterizza la specie. La Chiesa ha ripreso alcune ritualità, per esempio il seppellimento e l’ha trasformato dando alla morte una configurazione in un certo senso d’immortalità personale. La morte è celebrata: c’è il lutto, c’è il dolore, c’è il sentimento della perdita ma soprattutto quello che è significativo e determinante è “il rivedersi”, il “reincontrarsi”. È un lutto per la perdita, per l’assenza temporanea ma non per la perdita definitiva. Ci ritroveremo. La luttuosità nella Chiesa ha ridotto la dimensione terribile della morte. Secondo San Paolo la morte è entrata nel mondo attraverso il peccato e una volta che l’uomo è stato redento dal peccato, risorgerà. Gesù è la primizia di tutti i risorti. Quindi l’augurio della morte è stato vinto, questa è la lettura del Cristianesimo. Infatti, per la Chiesa la morte è un transito e non è una fine. “Vita mutatur non tollitur”, cioè “La vita cambia, non è tolta”, è in sostanza l’attesa della Resurrezione. Nel tempo sono venute a formarsi delle figure intermedie, è nato il Purgatorio che non c’era nelle origini e allora si prega affinché l’anima esca dal Purgatorio. Basta leggere Dante per avere chiaro l’impianto cristiano rispetto alla morte» spiega il Professor Natoli, ordinario di filosofia teoretica presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Milano Bicocca.

In questi giorni è facile notare nelle strade delle nostre città tante vetrine addobbate con scheletri, ragnatele e zucche; dolcetti a forma di teschi o pipistrelli in bella mostra nelle pasticcerie; abiti da fantasmi e streghe in vendita in molti negozi. Halloween si avvicina.
«È uno dei tanti sintomi dell’americanismo che ha dominato il mondo, pensiamo allo slang. Il mondo anglosassone e quello americano in particolare ha egemonizzato le altre culture» specifica sorridendo Natoli che prosegue dicendo che «Halloween è stato importato come una festa, come un carnevale. Certo, dagli States sono arrivate cose più significative, pensiamo al rock, al jazz. Invece alcune cose, come la notte di Halloween sono più da “happening”».

Vari sono i modi nei quali si declina l’attrazione delle giovani generazioni nei confronti del mondo dell’aldilà attraverso la fascinazione per vampiri, zombie per non parlare delle varie serie televisive di genere fantastico/fantasy. Se è vero che ai bambini piace truccarsi e travestirsi da mostri la sera del 31 ottobre, tutto ciò rappresenta per loro una forma di autoterapia. «Il rapporto con la mostruosità in qualche modo viene demitizzato. Quando un ragazzino si traveste da mostro, degrada il mostro, quindi il bambino diventa il padrone della mostruosità. I bambini ci giocano, non è solo paura la loro, è anche la curiosità di scoprire “cosa c’è là”».

Per i cristiani, però, la sera del 31 ottobre è prima di tutto e soprattutto la notte dei Santi. È andato un po’ perso nel corso degli ultimi anni questo momento che potrebbe essere di preghiera e riflessione. Quando domandiamo a Natoli come richiamare il senso cristiano di questa imminente festa, il filosofo, nato a Patti nel 1942, conclude la nostra intervista e ci replica: «I cristiani credono ancora alla Resurrezione? Io ho molti dubbi. È questa la vera domanda, come si fa a restituire il senso religioso se la fede nella Resurrezione si è dissolta? I processi di secolarizzazione l’hanno sempre di più edulcorata, anche nella Pastorale si parla sempre di più di Carità che di Vita Eterna».

Share.

Lascia un commento