Le nostre liturgie ingessate e il calore di una fedele “sudamericana”

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Ero a messa, una messa feriale. Tra i pochi fedeli – una ventina – si trova una giovane signora, badante presso un’anziana della parrocchia, di origine sudamericana. La signora risponde ad alta voce, con toni molto “intensi” e modulati, allarga più volte le braccia, chiude gli occhi… I vicini la guardano di traverso, qualcuno si volta… Non ti sembra che questo “ardore” sudamericano sia un muto rimprovero alle nostre liturgie troppo ingessate? Tu cosa ne pensi? Giulia.

Cara Giulia, la liturgia non è celebrazione avulsa dalla vita, ma è  espressione di un popolo, con le sue caratteristiche, la sua cultura, le sue tradizioni. Questo porta con se una ricchezza e una pluralità di riti e di  forme,  di  modalità di incarnare  un evento, un mistero.

Siamo diversi. E si vede

Sono differenze rese visibili  anche  nei costumi, nelle relazionali, nella musica, nell’arte o nelle espressioni più semplici della vita.  È innegabile che, anche da noi, risalti la spontaneità e il calore dei nostri fratelli e sorelle del sud, rispetto all’essenzialità e alla moderazione di chi appartiene ai paesi del nord. Questo non comporta esprimere giudizi di valore, ma solo evidenziare quelle differenze e caratteristiche che, se ricondotte ad una unità superiore, sono una ricchezza per tutti, e in primo luogo per la Chiesa stessa.

Non possiamo pensarci e volerci tutti uguali e non possiamo altresì negare le fatiche e le difficoltà nell’accogliere tali differenze. Ne affermiamo la ricchezza con le parole, ma poi nella realtà, nella concretezza del quotidiano, ne sperimentiamo la fatica e l’intolleranza. Nell’evento che comunichi occorre prendere atto di una diversità oggettiva. Certo che noi siamo un po’ ingessati, ma forse ci sentiremmo ridicoli e un po’ impacciati in una gestualità e in una manifestazione della fede  che non ci appartiene.

Potremmo essere più spontanei in piccoli gruppi o in esperienze più particolari nelle quali, il senso di appartenenza e una maggiore conoscenza, rendono più liberi e semplici  le relazioni e le forme di espressione. La bellezza dell’esperienza cristiana è nella sua cattolicità, nella pluralità di riti, di devozioni, che narrano la fantasia dello Spirito e l’unità della fede.

La diversità come ricchezza

L’annuncio evangelico, incarnandosi in un luogo e in una cultura, ne assume le tradizioni e le forme e le evolve in un processo di crescita del suo essere popolo di Dio in cammino nella storia. Non possiamo pensare che tutti i popoli, di tutti i continenti, imitino le modalità adottate dai popoli europei nell’esprimere la fede cristiana perché essa non può restringersi dentro i confini di una cultura particolare. Nessuna cultura esaurisce da sola il mistero di Cristo! In una società plurale come la nostra dobbiamo porci sempre più con modalità espressive diverse che sono ricchezza per ciascuno poiché ogni popolo traduce nella propria vita il dono di Dio e lo trasmette  in una modalità sempre nuova.

L’ardore sudamericano che ti ha così colpita può diventare provocazione sulla tua modalità di celebrare, pregare, testimoniare… Come Chiesa siamo un popolo dai molti volti, con sfumature di espressioni diverse che vogliono raccontare insieme la bellezza della fede e della vita cristiana, celebrata e vissuta appassionatamente, dentro la propria esistenza  concreta. La storia sta trasformando le nostre città, le nostre parrocchie: tanti popoli diversi accettano la sfida della convivenza, della costruzione della città degli uomini in cui tutti possano vivere con dignità e crescere in umanità. Nella ricchezza delle differenze il Signore ci chiama a creare una polifonia,  un’armonia di popoli e di culture che raccontano la bellezza dell’essere una cosa sola perché il mondo creda nel Signore Gesù, unico Salvatore.

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