L’Oculus di New York e il Giudizio Universale di Michelangelo: l’energia sacra di una pala d’altare in un santuario laico

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Dove qualche tempo fa sorgevano a New York le Torri Gemelle, distrutte dal noto evento terroristico dell’11 settembre del 2001 che ha segnato la nostra epoca, oggi si eleva il gigantesco matitone della Freedom Tower progettato dall’architetto David Child. Al di sotto è stato allestito un toccante memoriale che ricorda quegli eventi con studiata efficacia emotiva. Basta però attraversare la strada, in quello stesso spazio del World Trade Center per avvistare, in mezzo ai grattacieli e alle gru dei lavori in corso, la mole imprevedibile di una struttura contemporanea progettata dall’architetto Santiago Calatrava e conosciuta nella Grande Mela anche come Oculus.
Si tratta di uno spazio che raccoglie gli incroci viari di diverse linee del trasporto urbano, ma sembra una di quelle astronavi aliene che nei film di fantascienza hanno la forma di un gigantesco insetto motorizzato. Nella pancia di questo coleottero architettonico, un interno dall’ampiezza sacrale, si vede l’allestimento curato nei minimi dettagli dalla storica dell’arte Lynn Catterson. Con gli scatti del fotografo Erich Lessing ha ricostruito a grandezza naturale – e mediante tecniche digitali ad altissima risoluzione – il Giudizio Universale di Michelangelo che tutto il mondo ammira dal vivo nella cappella Sistina a Roma. Per evitare la retorica e la convenzione linguistica, si vorrebbe fare di tutto per non usare il vocabolo “suggestivo” per definire questo allestimento, ma l’effetto emotivo e psicologico che si riceve sta proprio tutto in quella parola. La gigantesca riproduzione a grandezza naturale del Giudizio Universale campeggia in questa enorme aula luminescente con la forza di una pala d’altare issata nel vertice visivo di un santuario laico. La folla che si muove, con la nervosa mobilità di un flusso di formiche, sembra aggiungersi al gremito repertorio di figure che appare dalla scena del giudizio, sovrapponendosi con effetti di straniante esitazione tra immagine e realtà. Questi umani vaganti nel vortice della vita quotidiana sembrano entrare e uscire dalla massa di individui che nella scena michelangiolesca sono alle prese col loro destino soprannaturale. Non è la prima volta che una mostra diventa un vero, grande, partecipato evento, facendo ricorso non alle opere originali di un artista, ma alla loro riproduzione digitale. Essa, come le antiche icone sacre della tradizione cristiana, sa mantenere e persino amplificare l’aura di autorevolezza e di sacralità del prototipo originario al quale attinge e riflette. La riproducibilità tecnica delle immagini non ha spento l’energia simbolica degli originali. Ha permesso anzi a questa energia di divenire ancora più intensa proprio grazie alla manifestazione delle loro repliche. Quella nell’Oculus di Caltrava non era solo una copia del Giudizio Universale di Michelangelo, era un sacramento iconico della sua sacralità originaria. Vi si può stare di fronte a New York con la stessa intensità che a Roma. L’icona emana con identica forza la sua aura anche nelle sue multiformi riproduzioni.

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