In memoria di Bruno Volpi. Quello del Vangelo fatto casa

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Bruno Volpi (1937-2017) con la moglie Enrica

“Con tanta gratitudine per ciò che è stato, unito alla fatica per il distacco, salutiamo Bruno che ci ha indicato percorsi per una fraternità possibile. Il suo sogno: il mondo intero come una grande famiglia, in cui le relazioni, lo stile di vita e le scelte siano determinati dalla consapevolezza di essere tutti bisognosi gli uni degli altri e in grado di imparare insieme a vivere un’alternativa di famigliarità possibile. Ci hai entusiasmato, spronato, sostenuto e continuerai a farlo. Grazie Bruno.”

Cosi dal sito di Comunità e Famiglia (www.comunitaefamiglia.org) il saluto commosso a Bruno Volpi, morto nei giorni scorsi a ottant’anni a Berzano, sulle colline tortonesi, in una delle tante case germinate dalla sua passione condivisa, per un’intera vita, con la moglie Enrica. Passione per parole come condivisione e apertura, sobrietà e accoglienza che hanno dato vita a comunità di famiglie e a condomini solidali.

Ricordo bene il nostro incontro.

Il problema di oggi sono le famiglie normali. Sono loro che castrano i figli con le loro pretese e la loro chiusura. Invece di far compagnia ai figli, li nutrono di cultura individualista. Non hanno il coraggio di rischiare con loro la felicità.

Ed ancora:

Siamo immersi in una cultura di solitudine. Basta guardare i proverbi: chi fa da sé fa per tre, fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio. E i primi maestri di questa visione sono i genitori. Per forza poi i figli quando escono dal nido si trovano spiazzati e crollano. Non hanno uno straccio di amico, eppure sentono che devono essere perfetti. Ne ho visti tanti, di figli perfetti, che stavano peggio dei figli dei disgraziati.

Per educare un figlio serve un villaggio

La loro storia, quella di Enrica e Bruno, inizia nel 1963, l’anno del matrimonio. “Ci volevamo bene, avevamo un lavoro, io alla Moto Guzzi ed Enrica in filanda, eppure capivamo che ci mancava qualcosa”. Insieme maturano una decisione che cambierà la loro vita. “Così accettammo la proposta di un sacerdote di andare in Rwanda a costruire una scuola. Siamo stati i primi missionari laici italiani”. In Africa rimangono otto anni, facendo quattro figli in quattro anni: Paola, Enzo, Franco e Nicola, più Piera, una ragazza del posto che decidono di adottare. “Non è stato facile, è stato felice”, mi diceva ancora Bruno.

Dall’Africa ho imparato due cose: uno, che per educare un figlio serve un villaggio, cioè altre persone oltre i genitori; secondo, che un uomo deve avere almeno sei amici: quattro per portarlo al cimitero, e due di scorta.

Impossibile quindi, per una famiglia allargatasi così in fretta, pensare di tornare in Italia e abitare nelle quattro mura di un condominio. E visti i tempi (primi anni 70), Bruno sfida ancora una volta genitori e amici rimasti nella sua Mandello, in provincia di Lecco, e mette su una comune. A Milano, in via Lemene, in un edificio tutto da rifare. “Erano i tempi dell’anarchia e degli ideali, e io mi ci trovavo benissimo. Il mondo era pieno di pazzi con la chitarra che cercavano un senso alla vita e molti capitavano da noi. Ci mantenevamo vendendo mobili usati e facendo lavori di restauro. Ancora una volta, non era facile, ma era felice. Finché un giorno, era il 1973, un’assistente sociale si presenta a casa nostra tenendo per mano una bambina». È l’inizio dell’associazione Comunità e famiglia, anche se i Volpi ancora non lo sanno. Dopo un’indagine del Tribunale dei minori, infatti, quella bambina viene accolta in affido temporaneo, la prima di una lunghissima serie.

Nella ferialità la forza del Vangelo

A dare un’ulteriore svolta alla loro vita sarà l’incontro con un gruppo di Gesuiti di valore, la benedizione del cardinal Martini e la scelta di andare a vivere insieme alla periferia nord ovest di Milano, a Villapizzone in una cascina grandissima del 1700. Quando Bruno ed Enrica arrivano insieme ad un’altra famiglia di amici la casa era diroccata e abitata per lo più da collettivi extraparlamentari, clandestini e tossicodipendenti.  Un po’ alla volta i vecchi occupanti se ne andarono e la cascina rimase tutta a loro disposizione. Si aggregarono di mano in mano altre giovani famiglie, con esperienza di volontariato nel terzo mondo, che desideravano vivere con la “porta aperta”. Da subito i Volpi con le altre famiglie che seguirono, e i Gesuiti fecero cassa comune: ogni famiglia versa liberamente quanto guadagna e prende secondo i suoi bisogni.

Villapizzone è stato un modello che nella ferialità ha saputo dimostrare la forza del Vangelo. Lo ha ben scritto Luciano Moia su “Avvenire”:

Rifondare la società sulla logica dell’amore, mettere i beni in comune, risolvere l’emergenza educativa con una genitorialità concretamente allargata, rendere ciascuno responsabile delle scelte del vicino.

Sono alcune delle buone prassi che le comunità familiari nate dall’esempio di Villapizzone continuano a praticare. In vecchie cascine ristrutturate, oppure in contesti più urbani e, se l’ampiezza dell’immobile lo consente, i condomini solidali.

Oggi l’associazione “Mondo di Comunità e Famiglia”, fondata appunto da Enrica e Bruno Volpi, conta 36 esperienze di comunità di famiglie o condomini solidali (in continua crescita), 16 esperienze lavorative, 20 segreterie provinciali attive in nove regioni, 9 associazioni di Volontariato regionali (ACF) e più di mille amici in tutta Italia. “Non serve cercare la comunità ideale. Piuttosto bisogna creare una comunità possibile”, mi disse Bruno al termine del nostro incontro. In nome del vangelo, in nome dell’umano. Sotto il segno della fiducia. Perché, come ricordava spesso don Tonino Bello,

se la fede ci fa essere credenti e la speranza ci fa essere credibili, è solo la carità che ci fa essere creduti.

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