Il padrone, i suoi servi, i vignaioli. La strana immagine di un Dio “agricoltore”

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In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: “Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano…” (vedi Vangelo di Matteo 21, 22-43).

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Le letture di questa domenica sono dominate dall’immagine della vigna e del vignaiolo. Il Dio “costruttore”, “agricoltore”, “artigiano” (ne ha parlato con la consueta maestria il cardinal Ravasi nella sua lectio magistralis dello scorso 22 settembre) ritorna anche qui. E ritorna, appunto, come agricoltore che cura con amore la sua vigna, perché da quella vigna dipende la sua vita.

Dio “agricoltore” che coltiva la sua vigna

Il coltivatore la pianta, la circonda di una siepe, costruisce una torre per montarvi la guardia. Non tralascia proprio nulla.

Il popolo “di Dio” è oggetto delle attenzioni del suo Signore paragonabili a quelle che il piccolo coltivatore ha verso la sua vigna: se ne prende cura sempre e in ogni circostanza, amorosamente. Ma il popolo, oggetto di quelle attenzioni, non vi risponde adeguatamente. Il tema della infedeltà di Israele, delle sue dimenticanze, perfino dei suoi tradimenti torna continuamente in tutta la Bibbia.

La svolta drammatica

Così non ci meravigliamo se il racconto del piccolo proprietario agricolo che cura amorosamente la sua vigna subisce, a un certo punto, una svolta drammatica. Quando è il momento del raccolto manda i suoi servi a ritirare la sua parte di raccolto. Solo che i contadini trattano malissimo gli inviati del padrone. Arrivano perfino a ucciderli. Di fronte all’insuccesso dei “servi” inviati nella vigna, il padrone tenta l’ultima carta: manda il proprio figlio; spera che almeno di lui i vignaioli abbiano rispetto. E invece il fatto di essere figlio, diventa un elemento in più che spinge i vignaioli omicidi a ucciderlo: Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità.

Le allusioni della parabola alla storia di Dio con il suo popolo sono trasparenti. Dio ha inviato molti suoi “servi”: sono soprattutto i profeti. Molti profeti sono stati perseguitati, alcuni stati uccisi. Israele ha trattato così i servitori inviati dal suo Signore.

I tempi del Figlio

Ora il tempo dei profeti è  finito ed è arrivato il tempo del Figlio. Gesù è il Figlio, infatti, e il suo tempo è quello dei frutti, quando Dio prende le iniziative ultime, il tempo della “salvezza”, il “tempo opportuno”. Come il figlio della parabola, Gesù ha già previsto di morire sulla croce. Adesso lo conferma. Anche lui sarà cacciato fuori della vigna: morirà fuori della città, infatti, come stabiliva la legge per ogni condannato a morte.

Così si avvera quanto detto dal salmo 118: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi. Israele rifiuta Gesù. Dio, invece, fonda il nuovo Israele proprio su quel Messia che Israele ha rifiutato e così lui, Messia rifiutato, diventa pietra angolare. Donde la conclusione: Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.

Il nostro rapporto con il Signore è mediato dai suoi servi

È interessante quel particolare: il padrone della vigna “esce di scena”, se ne va e lascia che la vigna sia curata dai vignaioli. E anche quando deve riallacciare i contatti con i vignaioli non lo fa lui, direttamente, ma attraverso i suoi servi. Dio è in contatto con i suoi vignaioli, dunque, sempre per interposte persone.

La situazione del cristiano è quella dei vignaioli. Il suo rapporto con il Signore è sempre indiretto, perché il Signore “è uscito di scena”. Il nostro problema nasce non tanto dal nostro rapporto con il Signore, ma con i servi del Signore.

La nostra fede si gioca su questo equilibrio difficile: la fragilità dei servi e perfino del Figlio possono diventare la nostra quotidiana tentazione. Spesso ci capita, infatti, di pensare di avere a disposizione il Signore solo perché arriviamo a mettere le mani sui suoi servi e siamo tentati di diventare noi i padroni della vigna. A quel punto, il Signore che era uscito di scena, vi rientra,  solo per sanzionare il nostro fallimento.

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