Il 2 novembre. Per guardare in faccia la morte, l’inquietante intrusa. Una poesia di Giorgio Caproni

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Soli,/sono rimasti gli alberi/e il ponte, l’acqua/che canta ancora … (G. Caproni)

La morte: bisogna parlarne. Quando non ne parliamo, una morte improvvisa, un incidente, un omicidio ci risveglia dall’illusione. Ma, come sempre, non disponiamo di molte parole. Ci rivolgiamo alla poesia e a un poeta, che molti di noi conoscono: Giorgio Caproni. Il poeta ci canta (un canto funebre): lo smacco doloroso della separazione.

LASCIANDO LOCO

Da L’opera in versi di Giorgio Caproni, pag. 347.

Sono partiti tutti.
Hanno spento la luce,
chiuso la porta, e tutti
(tutti) se ne sono andati
uno dopo l’altro.                         

                             Soli,
sono rimasti gli alberi
e il ponte, l’acqua
che canta ancora, e i tavoli
della locanda ancora
ingombri – il deserto,
la lampadina a carbone
lasciata accesa nel sole
sopra il deserto.

                           E io,
io allora, qui,
io cosa rimango a fare,
 qui dove perfino Dio
se n’è andato di chiesa,
dove perfino il guardiano
del camposanto (un
dei compagnoni più gai
e savi) ha abbandonato
il cancello, e ormai
– di tanti – non c’è più nessuno
col quale amorosamente
poter altercare? 

Il poeta immagina una scena di osteria: tutti se ne sono andati. È rimasta solo la natura, vuota, spaesata, stranita. E il poeta si chiede che cosa fare nella sua solitudine.

Come spegnere la luce, come chiudere la porta

La morte può essere vista così: uno spegnere la luce: tutti i rapporti si spengono perché non si vedono più le facce degli altri. E la porta si chiude, cioè: non si può “accogliere” più nessuno. La morte diventa scandalosamente evidente con lo spegnersi di tutte le luci e il chiudersi di tutte le porte. Il grande dolore delle nostre separazioni le possiamo sintetizzare così: non perlerò più con loro: hanno chiuso la porta, non li vedrò più: hanno spento la luce.

Quello che rimane è soltanto la natura che “canta” ma nessuno capisce e nessuno risponde. E rimangono i segni muti di quelli che sono andati spegnendo la luce e chiudendo la porta: i tavoli ancora ingombri, la lampadina che serviva per illuminare, il carbone… Tutto potrebbe ospitare un incontro; che è stato ospitato, ma che non ci sarà più. I segni che ci sono serviti servono a dirci che non serviranno più.

Il vuoto del dopo la “partenza”

Proviamo a pensare le nostre case, dopo. Come quei vuoti parlano, proprio perché sono vuoti, quei tavoli che sono così pesantemente abitati da un’assenza. La nostra vita è piena di cose che sono una testimonianza muta e testarda delle nostre inconsolabili separazioni e tutto quello che viviamo è cosparso di altrettanti segnali di morte.

Tutto è solitudine: il cimitero è senza custode, la chiesa sembra essere senza Dio. Nessuno con cui “amorosamente altercare”: anche lo scontro è segno strano di un amore: amore segnato da una presenza.

Restiamo noi, ma senza loro. Dalla morte: nessuna compagnia. E anche la fede diventa, spesso, un’obiezione.

La risposta alla nostra solitudine non è nostra

Il poeta canta più volte questa straordinaria, inenarrabile solitudine. Tutti sono se ne sono andati, non hanno lasciato nulla. Come sono illusorie le nostre memorie!

Vogliamo disperarci, allora No, ma a una condizione: saper guardare oltre il pioppo, il fiume, il cartello. La morte chiama imperiosamente un atto di affidamento. La risposta all’intrusa non viene da noi.

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