I cristiani custodi dei talenti. Il rischio della paura

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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì (vedi Vangelo di Matteo 25, 14-30).

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Il ricco proprietario che “esce di scena”

È un ricco proprietario il protagonista di questa parabola. Molto ricco perché le monete che distribuisce sono “pesanti”: i talenti. Ogni talento corrisponde a un capitale di 6000 giornate lavorative di un operaio. Gli otto talenti distribuiti, dunque, costituiscono un capitale enorme.

Ma quel proprietario tanto è ricco quanto è strano: se ne va, esce di scena, lui, protagonista lascia che i suoi servi diventino protagonisti al suo posto.

Dopo la sua partenza ognuno dei servi si dà da fare per impiegare i talenti ricevuti. Il padrone non ha dato nessuna indicazione. Posto il  valore enorme, i primi due servi corrono rischi notevoli, investendo l’enorme capitale ricevuto in attività economiche. A priva vista, il terzo servo, che conserva prudentemente quanto ha ricevuto, non appare particolarmente colpevole. E invece viene dichiarato tale dal ricco proprietario quando questi ritorna e chiama i servi al rendiconto. Ma per quali motivi la prudenza del terzo servo diventa motivo di condanna?

I beni del Regno destinati a tutti

Bisogna capire il senso generale della parabola. Il ricco proprietario che “esce di scena” è Gesù stesso, con il suo “esodo” (questo è il termine usato dall’evangelista Luca), cioè la sua morte-risurrezione. Gesù se ne va e lascia i beni immensi del Regno, quelli che lui stesso si è guadagnato con la sua Pasqua: quelli che il vangelo chiama vita eterna e salvezza. Li lascia ai suoi amici: sono i servi della parabola. Ma quei beni sono destinati a tutti. Tutti infatti sono chiamati a diventare figli di Dio, a essere salvati, a entrare nella vita eterna. I servi devono far “rendere” quei beni, diffonderli, farli fruttificare. La colpa, quindi del terzo servo, è di aver riservato per sé un bene che invece era destinato a tutti.

Il rischio di una Chiesa che difende se stessa

Molti cristiani, oggi, tendono a vedere la Chiesa come la custode di se stessa. Sono soprattutto i nostalgici che difendono il latino, i vecchi paramenti, la buona teologia di una volta…, i conservatori a oltranza che attaccano Papa Francesco in nome di una verità che è ritenuta superiore solo perché è anteriore.

Ma non sono soltanto i nostalgici, lefuburiani dichiarati o cripto, ma anche molti cristiani che, senza difendere il latino, impauriti dal mondo, si ritirano in sagrestia, si servono del Vangelo per rassicurare se stessi, più che servire il Vangelo per rassicurare gli altri, tutti gli altri, uomini e donne destinatari della bella notizia. Rischiano, questi, di essere i servi che sotterrano il talento.

La Chiesa di oggi gioca ampiamente il suo futuro su questo crinale rischioso: la chiesa cittadella che si chiude o la chiesa nave che prende il largo. O la Chiesa dei servi che trafficano con coraggio i beni ricevuti, o la Chiesa dei servi impauriti che li sotterrano.

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