La storia di Chiara: «Dopo un mese di lavoro in sala operatoria durante l’alternanza ho deciso: mi iscriverò a medicina»

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Dai banchi delle scuole superiori il mondo del lavoro sembra lontanissimo, per alcuni un miraggio. Per tempistiche, per mentalità, per concentrazione su interrogazioni e verifiche, per distrazioni o semplicemente perché di mezzo c’è l’adolescenza con tutte le sue vagonate di conseguenze emotive. Lontano, dicevamo. Sicuramente per motivi prettamente temporali: 5 anni di scuola superiore, più l’eventuale università. Un miraggio, dicevamo perché per i liceali di oggi diplomarsi non è che un piccolo traguardo, il togliersi una soddisfazione e il levarsi di mezzo una sofferenza. Ma è solo dopo che viene il bello, cioè il difficile, cioè l’essere per un attimo “in pasto” al mondo degli adulti.

D’altronde il ritornello lo conoscono ormai tutti a memoria: non c’è lavoro, solo stage, bisogna andare all’estero per avere una speranza. Qualcosa però negli ultimi anni si è mosso in questo senso dal momento in cui il Ministero ha deciso di introdurre nel triennio l’alternanza scuola-lavoro che obbliga gli studenti a mettere insieme una somma di ore di stage lavorativi nel corso dell’anno scolastico. Tante, come al solito, se ne sono dette su questa decisione, ma forse troppe poche volte ci si è rivolti agli studenti per chiedere loro cosa ne pensano di questa novità e come la stanno affrontando. Noi abbiamo deciso di farlo e di dare, una volta di più, la parola ai giovani.

La protagonista di questa storia è Chiara Nosari, che attualmente sta frequentando la 5ª al Liceo Lussana. Il suo tono e la voce squillante sono inequivocabili: sa quello che vuole, lo sta inseguendo e probabilmente ce la farà anche vista la spigliatezza nel parlare e la ricchezza dei suoi contenuti. Avercene. In questi tre anni molteplici sono state le sue esperienze “lavorative” nel corso dell’anno scolastico. Due con BergamoScienza (in terza e durante l’ultima edizione), una col Cnr di Milano, una ad Orbetello, una più di classe che consisteva nel gestire la classe appunto come fosse un’azienda. Ma quella che l’ha segnata di più è stata la settimana trascorsa nella sala operatoria del Papa Giovanni XXIII di Bergamo ad osservare, scrutare, carpire i segreti dei chirurghi. Lì ha deciso che da grande avrebbe voluto fare il medico. Verrebbe da dire dunque: benvenuta alternanza scuola-lavoro.
«L’esperienza che ho avuto in ospedale è stata straordinaria – racconta lei con l’emozione che pizzica ancora le corde vocali – e mi ha permesso di capire cosa voglio fare una volta terminato il liceo. Avevo infatti in testa alcune idee, ma come vale per tanti studenti ancora ero in cerca di capire cosa mi appassionasse davvero. Poi sono stata sette giorni in sala operatoria e ho deciso: mi iscriverò a medicina». Bello che uno studente decida già dalla quarta superiore cosa studiare poi, bello che lo decida in seguito ad uno stage. Ma è così per tutti? «Io – ammette Chiara – in questi tre anni mi sono fatta questa idea: se uno studente affronta con intraprendenza ed entusiasmo l’idea di avvicinarsi al mondo del lavoro l’iniziativa è molto stimolante e formativa; se, al contrario, la si affronta solo per raggiungere il monte-ore necessario allora è tempo rubato alla scuola».
L’altro aspetto formativo esula dal particolare del lavoro che si avvicina e vira verso il lavoro visto in maniera più generale per capire dunque ritmi, orari, colleghi, turni, rispetto dei ruoli, mansioni. «A me è servito molto anche in questo senso – rivela la studentessa – perché entri davvero nell’ottica di un mondo diverso». Già, un mondo diverso e prospettive diverse. D’altronde si sa, quando si è a scuola non si vede l’ora di uscirne e trovare un lavoro “perché non c’è lo stress delle interrogazioni e perché non devo fare i compiti”; una volta cresciuti invece montano i rimpianti della serie “come vorrei tornare al liceo”.
Chiediamo dunque a Chiara, per chiudere: non è che, magari, dopo aver sbirciato il mondo del lavoro sei tornata tra i banchi di scuola un po’ più contenta di essere ancora una giovane studentessa? «Assolutamente no – risponde lei – anzi, non vedo l’ora di uscire e iniziare a studiare quello che davvero mi interessa per poi cominciare a lavorare davvero».

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