«Il primo nemico di chi scopre di avere l’Hiv è la solitudine». Il gruppo di aiuto-aiuto Robin crea legami di solidarietà

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Non è il virus il primo nemico di chi scopre di avere l’Hiv, ma la solitudine. «Due anni fa, dopo un controllo di routine, mi sono ritrovato con un foglio in mano – spiega Roberto, quarant’anni – i referti degli esami del sangue, e c’era quell’esito inaspettato, nero su bianco. Non immaginavo di poter essere sieropositivo, mi sono sentito perduto». Erano solo numeri e asterischi, un verdetto senza ritorno: «Ho chiesto aiuto in ospedale e mi hanno mandato allo Spazio positivo». L’obiettivo di fondo di questo Spazio è dare risposta al bisogno di primo ascolto e orientamento a carattere psico-sociale delle persone con HIV/AIDS attraverso spazi e modalità di ascolto personalizzati, contigui ai luoghi della cura sanitaria e modulati su vari canali, diretti e indiretti (ascolto telematico, telefonico) e di strumenti consolidati in altri settori come i gruppi di mutuo aiuto terapeutici. «Mi hanno proposto di partecipare al gruppo Robin, un gruppo di auto aiuto formato da persone sieropositive come me, nato per aiutare chi ha ricevuto una diagnosi e non sa come comportarsi, come incominciare questa nuova vita, perché niente resta come prima. Nel gruppo si parla dei problemi che bisogna affrontare dal punto di vista fisico e psicologico e si cercano le strade migliori per affrontarli. Dialogando con gli altri pian piano si impara ad accettarsi e ad accettare quello che sta accadendo. Per me non è stato facile. Sono sposato e ho due figli piccoli, sono riuscito a rialzarmi proprio grazie all’aiuto e alla solidarietà delle persone che ho incontrato».
Nel gruppo Robin, nato nell’ambito delle attività dello Spazio Positivo, anche i tutor sono sieropositivi, anche se hanno avuto la diagnosi molti anni fa, e “ci mettono la faccia”. «Dopo la diagnosi – spiega Sara, che ha scoperto di avere l’hiv ormai 28 anni fa, nel 1990 – le persone rimangono sole davanti a una diagnosi che le spaventa. Spesso lo scoprono per caso, l’avevano in incubazione da anni e non avevano mai eseguito il test. Spesso avevano dimenticato di essersi esposti a un rischio, magari con una relazione occasionale. Noi ascoltiamo le loro storie, cerchiamo di aiutarle a comprendere che cosa sta accadendo, le aiutiamo nella lettura degli esami, offriamo indicazioni concrete. I tutor sono uomini e donne che, come me, hanno a che fare con l’Hiv da molto tempo: questo è utile perché le esperienze che possiamo mettere a disposizione sono già molto elaborate». La prima domanda che i partecipanti pongono di solito quando si uniscono al gruppo è se dire oppure no che hanno contratto l’Hiv ai loro familiari: “Molti hanno un partner, una famiglia, dei figli e hanno molta paura di perdere i loro affetti. Accade facilmente che tutta la loro vita, le loro tensioni, le loro paure, si riversino sulla patologia. Noi invece cerchiamo di aiutare a distinguerle». Il gruppo mantiene aperto anche un canale telefonico e uno “social” attraverso whatsapp: «Così soprattutto nelle prime fasi, quando la terapia non è ancora consolidata, se succede qualcosa di strano, se c’è un’urgenza è possibile contattare rapidamente i tutor: spesso bastano una telefonata e due chiacchiere per sciogliere un dubbio e affrontare le difficoltà con maggiore serenità». Il gruppo è piccolo, è formato più o meno da una decina di persone, e al suo interno si creano legami di solidarietà reciproca e di amicizia: «Ci incontriamo una volta al mese – osserva Roberto -, all’inizio viene richiesto di partecipare per un po’ di tempo, anche per salvaguardare l’equilibrio, i rapporti, la continuità del gruppo. Quando una persona ritiene di aver raggiunto una condizione di tranquillità e di sicurezza conclude il suo percorso».

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