Laura Boldrini, l’inelegante, e l’ego rivoluzionario della sinistra italiana

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Laura Boldrini, Presidente della Camera dei Deputati

L’inizio della campagna elettorale di Laura Boldrini è stato tutt’altro che elegante. Entrarvi a piedi uniti, mentre si esercita la carica di Presidente della Camera, non è un bel vedere. E organizzare convegni pagati dalla Camera – giacché verranno rimborsate le spese di trasporto sostenute dalle partecipanti ad un incontro in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne – lo è ancor meno. Al momento non è dato sapere dove finirà il calcio di punizione calciato a casaccio dall’inelegante signora: contro il PD, che in un primo impulso emotivo ha dichiarato essere il nemico principale? E per conto di quale dei vari gruppuscoli, che si stanno costituendo a sinistra, ultimo quello dal nome fantasioso “La Mossa del Cavallo”?  Pietro Grasso, tuttora seconda carica dello Stato, aveva già fatto la propria mossa, sganciandosi dal Gruppo PD – ma non doveva uscirne già all’epoca della sua inopinata elezione alla carica? – per aderire al Gruppo misto.

Alla Camera hanno cambiato casacca in 298, 230 al Senato

Dal punto di vista statistico, sono soltanto gli ultimi giri di valzer: alla Camera si sono già registrati 298 cambi di casacca su 630 dall’inizio della legislatura, al Senato 230 su 315. Totale: 528, cioè quasi la metà dei Deputati e i due terzi dei Senatori. Tutti i settori dello schieramento sono stati interessati da questo terremoto. Le motivazioni delle transumanze sono molto terra terra: un piccolo partito si sfascia, i frammenti prendono altre strade. La ratio è quella della collocazione futura. Non è nobilissima, ma neppure esecrabile. L’ideologia c’entra poco.  Ma nella sinistra vi si aggiunge un sovraccarico di odio, di violenza verbale, di scomuniche, che poco ha a che fare con il terzo dei valori della sinistra: la fraternité.

Ora, bypassando qui a fatica la tentazione della reazione qualunquistica e moralistica, che pure avrebbe un qualche fondamento, alla quale molti opinionisti e insultatori di professione cedono volentieri, che cosa spiega una tale deriva autodistruttiva della sinistra? Una cultura politica profonda, cause longeve e recenti. La prima: l’idea che la storia segua il Leitfaden della liberazione umana. Questo filo d’Arianna è solido e oggettivo. Si tratta solo di afferrarlo. Dietro sta l’Illuminismo. Il provvidenzialismo cristiano è ottimistico, certo, ma solo perché pone la liberazione oltre la storia. La storia sarà redenta, solo dopo che sarà finita, magari attraverso una transizione apocalittica, vedi, appunto, l’Apocalisse di Giovanni, il Vegliardo di Patmos. La laicizzazione illuministica ha spostato con grande ottimismo la liberazione dentro il processo storico, che diventa progresso inevitabile nell’hegelismo, nel marxismo, nel positivismo, nella tecno-utopia contemporanea.

Le avanguardie come schiuma sull’onda

La seconda: la liberazione ha fondamenta oggettive – in ciò sta la differenza del socialismo scientifico da quello utopistico – ma ha bisogno di una spinta e di una guida soggettiva: le avanguardie intellettuali, che stanno in alto come la schiuma sull’onda: i giacobini, i bolscevichi, i comunisti, la sinistra… Essa ha sempre pensato di se stessa di essere il sale della terra, la schiuma dell’onda, il motore nascosto della liberazione. Perciò, guai agli eretici! Chi non segue l’avanguardia, peggio chi si propone come alternativo ad essa, è un traditore. È l’epiteto che va per la maggiore, oggi, in particolare sui social/invidual. In quella parola è concentrato tutto l’odio possibile, che solo il rogo e la ghigliottina possono placare. Questa autocoscienza ha prodotto nel ‘900 liberazione, tragedie, oppressioni, eroismi, delitti collettivi, purghe.

Il guaio è che queste avanguardie intellettuali, blindate nella loro teologia laica della storia, non si sono accorte che il soggetto sociale redentore, cui appoggiavano la loro autoinvestitura, si è dissolto. Il proletariato operaio è diventato “proletariato dell’Inps”, mentre quello nuovo lavora negli uffici pubblici – questa la constituency della sinistra politica e dei sindacati; quanto agli “ultimi” non sono la nuova classe, gli immigrati ancor meno, i portatori e/o i pretendenti di nuovi diritti sono un soggetto socialmente troppo disomogeneo. Quanto alla storia moderna, non è il fiume immenso che corre fatalmente verso la liberazione, ma un campo di mille disordinati conflitti, disseminato di tempo in tempo di qualche genocidio. Un banco da mattatoio, ha scritto Hegel. La liberazione è reversibile!

Nel film “Tempi moderni” accade a Charlot di raccogliere una bandiera di segnalazione caduta da un camioncino e di agitarla per richiamare l’attenzione dell’autista. Per un evidente equivoco, si accoda dietro di lui una massa di disoccupati, attratti dal colore della sua bandiera. Al contrario, le avanguardie di oggi seguono chiunque nella società innalzi una bandiera di protesta. Leadership? No, fellowship! I Bertinotti e Vendola, i Grasso e Boldrini, i Bersani e D’Alema, i Falcone e Montanari, i Chiesa e Ingroia… si sono autosegregati nel tempio di Vesta, vestali politicamente poco vergini del fuoco fatuo del loro Ego, prigionieri di mitologie trasformate in quinte teatrali per ambizioni terra terra, qual è quella di ri/entrare in Parlamento. Alle spalle di queste avanguardie non stanno più imponenti movimenti collettivi, ma uno smisurato Ego, che crede di avere in mano le chiavi della storia. Di più: la storia va dove vado io!

Questa patologia dell’Ego è l’aspetto più malinconicamente contemporaneo di queste antiche posizioni. È in effetti la manifestazione di quell’ego-globalismo, che deborda dagli individual-media nel mondo reale, che pone al centro l’Io, l’etica della convinzione, gli itinerari individuali, le condanne al rogo virtuale e l’odio verso chiunque si ponga in mezzo. Della sacra triade francese è rimasta la liberté dell’Ego solitario, onnipotente e irresponsabile, che sembra costituire l’essenza dello spirito del tempo.

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