Papa Francesco in Myanmar. Padre Bernardo Cervellera: “Porta un messaggio di pace, contro l’emarginazione delle minoranze religiose”

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Papa Francesco compirà un viaggio apostolico in Myanmar dal 27 al 30 novembre prossimo, visitando le città di Yangon e Nay Pyi Taw, e in Bangladesh dal 30 novembre al 2 dicembre a Dacca. Una visita che già si annuncia storica, il Myanmar, l’ex Birmania, è una nazione che non ha mai ricevuto la visita di un Pontefice. Bergoglio sarà invece il terzo pontefice a recarsi in Bangladesh, dopo Paolo VI nel novembre del 1970 e San Giovanni Paolo II nel novembre del 1986.

Un doppio viaggio apostolico ancora una volta nel segno della pace, del dialogo, della riconciliazione e della fraternità. Non è un caso che il logo della visita in Myanmar è un cuore, che simboleggia l’amore come tema che accomuni il cristianesimo e il buddismo, religione maggioritaria in Myanmar. Il nastro ha i colori della bandiera vaticana e del Myanmar, l’arcobaleno rappresenta la multi etnicità del Paese, con 8 grandi tribù e 135 gruppi etnici. La foto del Papa con una colomba è il segno della volontà di Bergoglio di essere messaggero di pace. “Amore e pace” è, infatti, il motto della visita del Papa in Myanmar e “Armonia e pace” è il motto per il Bangladesh.

«La scelta dei motti, molto simili tra loro, indica il filo rosso che unisce le due tappe del viaggio di Bergoglio e stanno a significare la reale possibilità di una convivenza e di una collaborazione tra le religioni e le etnie» spiega Padre Bernardo Cervellera, nato a Grottaglie in provincia di Taranto il 20 agosto 1951, missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), direttore di Asia News ed ex direttore dell’agenzia Fides.

«Il Bangladesh con un numero enorme di popolazione e con un territorio che non basta nemmeno a nutrire la suddetta popolazione, si trova in una situazione difficile» chiarisce Padre Bernardo, che conosce bene questi luoghi. Anche per questo «è molto importante la missione nel Sud-Est asiatico di Papa Francesco» puntualizza il giornalista e scrittore il quale dal 1995 al 1997 ha vissuto a Pechino, dove è stato anche docente di Storia della civiltà occidentale all’Università di Beida. «Questi due Paesi sono due antiche missioni del Pime da oltre 150 anni».

Padre Cervellera, quali saranno le tappe più significative del ventesimo viaggio apostolico di Bergoglio?

«Il Santo Padre si recherà in tre città, nel Myanmar (ex Birmania): andrà a Yangon, la più grande città e capitale dello Stato fino al 2005 e a Nay Pyi Taw (capitale dal 2005), situata a 320 chilometri a nord di Yangon, dove Bergoglio avrà incontri politici (vedrà anche Aung San Suu Kyi) e diplomatici. In Bangladesh la visita di Papa Francesco sarà concentrata soprattutto a Dacca, la capitale. Sarà fondamentale da una parte l’incontro con il corpo diplomatico e dall’altra l’incontro con i giovani. Con il corpo diplomatico di entrambi i paesi, il Papa spingerà per una visione della società che abbia la possibilità di far vivere insieme tutte le minoranze e nello stesso tempo li inviterà a non discriminare sulle religioni. Non dimentichiamo che sia il Myanmar sia il Bangladesh sono due Paesi che erano, chiamiamoli così, “laici” e che dopo sono diventati degli Stati con una religione particolare, usata come religione di Stato. In Myanmar il buddismo e in Bangladesh l’islamismo. Questo ha creato, e lo sta ancora facendo, tanti problemi nella società. Le minoranze religiose si sentono emarginate e, di fatto, lo sono. Quindi con il corpo diplomatico il Papa sottolineerà questo elemento di armonia, e amore reciproco, tra i vari gruppi religiosi, affinché gli uomini politici del Myanmar e del Bangladesh aiutino a crearla e non a distruggerla. Gli incontri del Pontefice saranno importanti, perché questi popoli sono vivi e molto giovani. Incontrarsi con i giovani vuol dire tracciare il futuro di questi Paesi».

Qual è ora la situazione politica in Myanmar e in Bangladesh? 

«In Myanmar da due anni vi è una transizione verso la democrazia, capeggiata da Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace 1991, che è stata in prigione e agli arresti domiciliari per ben 13 anni, personalità aperta e intelligente. Purtroppo il Myanmar paga ancora l’eredità di una dittatura militare che è durata dal 1962 fino al 2011. Quindi l’economia, come i confini, è ancora in mano ai militari e l’esercito di fatto gioca un ruolo forte e cerca di resistere a questa transizione democratica, mettendo i bastoni tra le ruote nei rapporti tra le minoranze. Mentre Aung San Suu Kyi vuole camminare verso la riconciliazione del Paese, l’esercito invece cerca la divisione oltre allo sfruttamento delle terre, delle foreste, ecc. Ricchezza che non ritorna alla popolazione ma che viene intascata dai vari generali. In Bangladesh la situazione è che da un Islam a maggioranza dialogico e aperto, si è passati a un Islam con venature fondamentaliste che indottrina i giovani, per non parlare degli attacchi terroristici. Al vertice politico ci sono due partiti, uno laico e l’altro più nazionalista e musulmano che si confrontano a vicenda. In più, considerato che il Bangladesh è molto povero, gli aiuti arrivano dai Paesi musulmani, i quali, come l’Arabia Saudita spesso mettono come condizione quella di aumentare le moschee e le scuole coraniche di stampo fondamentalista».

In Myanmar su 50 milioni di abitanti, i cattolici sono circa 600mila (poco più dell’uno per cento). In Bangladesh, su una popolazione di 160 milioni di persone, sono meno di 400mila (circa lo 0,3%). Nonostante ciò è vero che in entrambi i paesi, la comunità cattolica sta dando un contributo decisivo allo sviluppo, contribuendo anche al difficile cammino di riconciliazione? 

«Sì, in Myanmar la comunità cattolica continua a predicare e a seguire la traccia di Aung San Suu Kyi per una riconciliazione. Quindi pace e anche giustizia per le minoranze emarginate e povere. In Bangladesh la Chiesa Cattolica lavora ovunque in scuole, ospedali, cliniche e dispensari per aiutare i poveri. In entrambi i paesi, la povertà in media è circa al 30%. Ciò vuol dire che circa il 30% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Ma nelle campagne questa percentuale sale fino ad arrivare anche al 60%».

L’esodo di milioni di Rohingya (etnia a maggioranza musulmana residente nello stato birmano del Rakhine e perseguitati dall’esercito birmano), rende il confine tra Bangladesh e Myanmar teatro di un’emergenza umanitaria. Per quale motivo Aung San Suu Kyi, icona della non violenza, non ha ancora espresso nessuna parola di solidarietà nei confronti dei Rohingya, una delle minoranze più perseguitate al mondo? 

«Non è vero che Aung San Suu Kyi non si sia mai espressa. Il punto è che non è d’accordo con il modo in cui i media occidentali fotografano la cosa. Per i media occidentali c’è una minoranza musulmana oppressa nello stato birmano del Rakhine. Invece Aung San Suu Kyi e i birmani dicono: “Attenzione, c’è un problema nello stato del Rakhine che è determinato sì dalla violenza dell’esercito ma anche dalle violenze di gruppi armati Rohingya, che combattono per aver questo territorio e per costruire uno stato indipendente”. Ovviamente questo non si può permettere, quindi Aung San Suu Kyi cerca di distinguere tra i violenti, cioè i terroristi che sono sostenuti da gruppi fondamentalisti in Bangladesh e in Pakistan, e la popolazione vittima dei militari e delle milizie Rohingya. Il grave problema del Myanmar, come ho già detto in precedenza, sono tutte le 135 minoranze che hanno anche loro problemi simili a quelli dei Rohingya».

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