Il saluto fascista e i morti di Marzabotto. Intervista a Francesco Pirini, il testimone che è riuscito a perdonare

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Francesco Pirini (a destra)

Una domenica come tante a Marzabotto, un comune di quasi settemila abitanti  sull’appennino bolognese. Campionato di Seconda categoria. La squadra ospite segna nel recupero il 2-1. Si chiama Futa 65, rappresenta i comuni di Loiano e Monghidoro. Il giocatore che segna, corre verso la rete di recinzione facendo il saluto romano e si toglie la maglia. Sotto ne ha una nera con in bella vista l’Aquila fascista che ricorda la Repubblica di Salò.

In questo nostro Paese dove pare dissolversi la memoria occorre ricordare che alla fine del settembre del 1944, per tre giorni, a Marzabotto, Grizzana e Vado di Monzuno, i tedeschi aiutati dai fascisti italiani compirono  uno dei più gravi crimini di guerra contro la popolazione civile in Europa occidentale durante la seconda guerra mondiale. A Casaglia i nazisti irruppero nella chiesa dove erano radunati i fedeli insieme a don Ubaldo Marchioni a recitare il rosario. Non fu don Ubaldo a raccogliere la gente, ma la trovò già raccolta e terrorizzata mentre stava dirigendosi a Cerpiano per celebrare la festa degli arcangeli. Furono tutti sterminati a colpi di mitraglia e bombe a mano. Nella frazione di Castellano fu uccisa una donna coi suoi sette figli. A Tagliadazza furono fucilati undici donne e otto bambini. A Caprara vennero rastrellati e uccisi 108 abitanti compresa l’intera famiglia di Antonio Tonelli (15 componenti di cui 10 bambini). A Marzabotto furono anche distrutti 800 appartamenti, una cartiera, un risificio, quindici strade, sette ponti, cinque scuole, undici cimiteri, nove chiese e cinque oratori.

Infine, la morte nascosta: prima di andarsene i nazisti fecero disseminare il territorio di mine che continuarono a uccidere fino al 1966 altre 55 persone. Complessivamente, le vittime di Marzabotto, Grizzana e Monzuno furono 1676: uccisi dai nazifascisti 955, deceduti per cause varie di guerra 72. Fra i caduti, 95 avevano meno di sedici anni, 110 ne avevano meno di dieci, 22 meno di due anni, 8 di un anno e quindici meno di un anno. Il più giovane si chiamava Walter Cardi: era nato da due settimane.

Sono salito tante volte su quelle colline, riportate alcuni anni al centro della distratta e sonnolenta opinione pubblica italiana  da uno splendido film – “L’uomo che verrà” – di Giorgio Diritti. Lì vivono i miei amici monaci della Piccola Famiglia dell’Annunziata di don Giuseppe Dossetti che dalla metà degli anni Ottanta, per conto della chiesa di Bologna, vigilano sui morti,  richiamano i vivi alla verità e alla giustizia, esercitano, nello spirito e nella storia, la diaconia della memoria. Lì tante volte mi è capitato di ascoltare Francesco Pirini, uno dei testimoni più autentici che ho avuto modo di incontrare nella mia vita. Francesco – che nella strage ha perso quasi interamente la sua famiglia, eccetto la sorella Livia, salvatasi solo per essere stata sommersa e nascosta  sotto un mucchio di cadaveri – al termine di un lungo e doloroso percorso, è riuscito a perdonare.

Ripropongo un’intervista che mi è capitato di fargli durante uno dei nostri tanti incontri insieme. Per chi volesse, può ascoltare Francesco grazie al video sul sito di Ziqqaron, la casa editrice dei monaci della Piccola Famiglia.

https://www.zikkaron.com/2017/07/18/francesco-pirini-testimonianze-la-strage-di-marzabotto/

Francesco, cosa è stata la strage di Montesole?

Quella che comunemente ma in modo improprio viene chiamata la strage di Marzabotto del 29 settembre 1944 fu la tragica tappa finale di una “marcia della morte” che era iniziata in Versilia. L’esercito alleato era fermo davanti alla Linea Gotica e il maresciallo Albert Kesserling, per proteggersi dall’ ”incubo” dei partigiani, aveva ordinato di fare “terra bruciata” alle sue spalle. Kesserling fu il mandante di una strage che nessun’altra superò per dimensioni e per ferocia e che assunse simbolicamente il nome di Marzabotto anche se i paesi colpiti furono molti di più. L’esecutore si chiamava Walter Reder. Era un maggiore delle SS soprannominato “il monco” perché aveva perso l’avambraccio sinistro a Charkov, sul fronte orientale. Kesserling lo aveva scelto perché considerato uno “specialista” in materia.
Al comando del 16° Panzergrenadier “Reichsfuhrer”, il “monco” iniziò il 12 agosto una marcia che lo porterà dalla Versilia alla Lunigiana e al Bolognese lasciando dietro di sé una scia insanguinata di centinaia di corpi straziati: uomini, donne, vecchi e bambini. A fine settembre del 1944 il “monco” si spinse qui dalle nostre parti, ai piedi del monte Sole dove si trovava la brigata partigiana “Stella Rossa”.

Lei quanti anni aveva allora?

Nel 1944 avevo 17 anni. Abitavo alle Murazze, vicino alla ferrovia Direttissima,  posto pericolosissimo per via dei bombardamenti alleati. Purtroppo già il 18 aprile di quell’anno avevo perso mio padre durante uno di questi a Vado. Con il resto della mia famiglia decidemmo quindi di trasferirci a Cerpiano, dove con la scuola delle Orsoline della maestra Antonietta Benni e con l’oratorio, si poteva trovare un po’ di fermento, oltre che di sicurezza. Avevamo molte speranze, gli inglesi erano già a Monzuno e a Lagaro, sull’altro versante.

Cosa successe il 29 settembre?

La mattina del 29 settembre mi alzai presto perché stava piovendo e dovevo trovare erba da seccare per i conigli: aveva appena albeggiato, quando giù nella valle vidi bruciare le prime case. Un rastrellamento! La voce si sparse subito e gli uomini che rischiavano la deportazione si affrettarono a rifugiarsi nel bosco. Con me, verso la cima di Monte Sole, si avviarono i partigiani che dormivano nel fienile, per lo più giovani della mia età senza esperienza militare e con tanta paura. Donne, anziani e bambini rimasero, era impensabile che avessero qualcosa da temere… Era già successo che i Tedeschi buttassero giù le porte di Cerpiano in cerca di partigiani, per poi rimanere di sale nel vedere che lì non vi erano che bambini; il comandante stesso fu così turbato che si raccomandò di scrivere in italiano e in tedesco che quello era un asilo e niente più! Ma stavolta era diverso! Salendo, i Tedeschi ci sparavano così vicino che mi spaventai e che decisi di ritornare indietro, nascondendomi nel fosso davanti al Palazzo per vedere ciò che accadeva. Così vidi le SS chiudere tutti nell’oratorio, vidi le bombe a mano lanciate attraverso le finestre, e sentii le grida e i lamenti innalzarsi subito e spegnersi molto lentamente, mentre nel Palazzo un tedesco suonava l’armonium. Paralizzato dalla paura, rimasi nel fosso, sotto la pioggia, fino a notte, poi scappai dal mio rifugio. Dalla prima casa che incontrai mi scacciarono dandomi un tozzo di pane: sapevano già che ero un testimone troppo pericoloso da ospitare. Così, intriso di pioggia, con quel pezzetto di pane e qualche castagna vagai nei boschi per 10 giorni, finché non incrociai una pattuglia di americani che mi inviò a Monzuno, dandomi una scatola “magica” con roba che non sapevo neanche esistesse: ma ricordo la cioccolata, soprattutto! Rimasi con loro per sette mesi.

Le capita di incontrare centinaia di persone, molte delle quali giovani. Cosa significa per lei raccontare tutto questo? 

All’inizio ricordare è stato un grosso peso. Per vent’anni non sono riuscito a raccontare niente. Ma questa è stata la caratteristica di tutti quelli che sono scampati a quei giorni. Abbiamo cominciato a parlare tardi, dietro l’insistenza di molta gente. “Ma come? Dovete raccontare! Raccontare”, così dicevano. È stata dura. Però è stato importante.

Si può raccontare senza odiare?

Sì.  Non è facile ma si può fare. Per me non è stato né facile né automatico. Walter Reder era stato preso e consegnato alle autorità italiane. Nel ‘51 a Bologna viene processato e condannato all’ergastolo che lo stava scontando nel carcere di Gaeta. Ebbene, dopo aver fatto 30 anni si dice pentito e chiede di essere liberato. Il Comune di Marzabotto decide di fare un referendum fra i superstiti e in quell’occasione io dissi che se fosse stato veramente pentito avrebbe dovuto stare in silenzio a scontare la pena che gli avevano inflitto. Antonietta Benni, la suora che era stata anche violentata, lo zio Filippo che gli avevano ucciso anche la moglie e sei figli, lo perdonarono. Qualche giorno dopo, quando incontro l’Antonietta e mi dice: “Vergognati Francesco, un cristiano che non perdona”. Quella frase l’ho sempre sentita come un peso. Succede che qualche tempo dopo,  inizio a salire a Montesole a raccontare. Un giorno vedo arrivare una macchina con tre signori. Giornalisti tedeschi, il corrispondente per l’Italia di un’emittente televisiva tedesca. Mi dicono che hanno fatto delle ricerche e hanno scoperto  chi comandava il gruppo di SS che aveva ucciso la mia famiglia e gli altri a Cerpiano. È un sottoufficiale delle SS, il suo nome è Albert Meyer.  Ha 80 anni e vive in carrozzella in seguito ad una ferita di guerra.  Fu lui a buttare la bomba a mano dentro la chiesina.  Con i sui commilitoni si vantò dicendo che lanciava un bomba per fare soffrire di più coloro che erano rinchiusi. Quando lo intervistano i giornalisti, molti anni dopo, dice che non aveva rimorsi e che gli venisse comandato rifarebbe tutto quanto. Al tempo dell’intervista Meyer viveva in Germania.

Sa se fu arrestato?

No. Nel frattempo è morto. Quando mi intervistarono i giornalisti era a Cerpiano e indicai a loro i nomi di tutti i tredici miei familiari uccisi. Al termine, mi chiedono: “Francesco, se ti trovassi di fronte ad Albert Meyer che cosa gli diresti?”. Io volevo riparare quello che avevo detto l’altra volta, durante l’assemblea pubblica, e risposi loro: “Penso che lo perdonerei”. I giornalisti sono rimasti di sasso perché non si aspettavano questa risposta.  E insistono: “Ti ripeto la domanda: se tu ti trovassi di fronte a Meyer che cosa faresti?”. “Ti ripeto che lo perdonerei”. L’ho ripetuto davanti al tribunale militare di La Spezia quando venne imbastito un processo contro i responsabili. Anche ai giudici militari ho detto loro: “Per quel che mi riguarda li perdono tutti. Ho perdonato Albert Meyer, perdono anche loro. Fino alla fine della vita non dimenticherò ciò che è accaduto ma sono ora sono pronto a perdonare”. Sono felice di averlo fatto. Questo mi ha portato ad un  rapporto di amicizia con molti tedeschi che salgono a Montesole e chiedono spesso che sia io ad accompagnarli. Perfino l’allora presidente del Parlamento europeo Martin Schulz.

Come si arriva a perdonare dopo quello che è successo?

Nell’immediato dopoguerra non l’avrei fatto. Sono passati molti e molti anni. Poi piano piano un po’ di saggezza in testa ti viene… Nel frattempo, avevo iniziato a fare l’accompagnatore volontari guidando centinaia di scolaresche sui luoghi della strage.  Cosa vado a fare con loro? Ad instillare l’odio? Andiamo!  No, no, se cosi fosse stato  potevo stare a casa. Anche ai tedeschi racconto le stesse cose. Però alla fine mi dico: “Abbiamo fatto l’Europa cerchiamo anche di fare il popolo europeo”. E poi per quanto mi riguarda voglio dare un contributo per costruire un mondo migliore. Bisogna pure che qualcuno inizi e io ho capito che dovevo fare la mia parte.

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