Albero di Natale e civiltà cristiana

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Foto: l’alberto di natale polacco, collocato in piazza s. Pietro

L’hanno innalzato pochi giorni fa e farà la sua bella figura fino a domenica 7 gennaio 2018. Stiamo parlando del magnifico albero di Natale posto in piazza San Pietro, accanto all’obelisco: un abete rosso, alto 28 metri, donato dalla Polonia.

Polonia: alberto di Natale donato al Papa e “rifugiati al diavolo”

La stessa Polonia che nelle scorse settimane ha mostrato al mondo intero alcune immagini raccapriccianti. La prima, l’11 novembre, nel giorno del ricordo dell’indipendenza avvenuta nel 1918, sessantamila persone sono sfilate per le strade di Varsavia al grido di “Polonia pura, Polonia bianca”, “Rifugiati al diavolo”. Lo slogan più usato era “Vogliamo Dio”, preso da un’antica canzone nazionalista polacca che anche Trump aveva citato nel suo discorso durante la visita al Paese. C’erano cartelloni che inneggiavano alla supremazia dei bianchi, che paragonavano l’Islam al terrorismo, slogan antisemiti dell’associazione dell’ONR che aveva promosso il raduno.

La seconda, il 25 novembre scorso, a Katowice, una città ad una sessantina di chilometri dal paese natale di San Giovanni Paolo II. Alcuni militanti di estrema destra hanno appeso le foto di sei politici, cinque donne e un uomo, su forche di legno. Sei eurodeputati del centro destra liberale “colpevoli” di aver votato a favore della risoluzione con la quale il Parlamento UE ha ammonito il governo di Varsavia per il mancato rispetto dello Stato di diritto. Il voto dell’Europarlamento risale al 15 novembre, quando la plenaria, con 438 voti a favore, ha chiesto di attivare il meccanismo preventivo previsto dall’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea, che prevede anche la sospensione del diritto di voto in seno al Consiglio UE. A inscenare la macabra scena, ancora una volta sono stati esponenti dell’ONR, un’associazione soprattutto giovanile che dichiara la sua fedeltà alla Chiesa cattolica, vuole “preservare l’omogeneità etnica”  e promuovere la storia e la cultura polacca.  Fortemente avversa agli ebrei e ai musulmani, si opporre ad accogliere in Polonia i profughi e i migranti. I membri dell’ONR si considerano come difensori della patria e formano una specie di organizzazione paramilitare. Enfatizzano la forza fisica e la disponibilità al combattimento. Si vestono di nero e nere sono le loro bandiere. In questo richiamano i soldati del cosiddetto califfato o stato islamico. La Chiesa polacca è intervenuta con una dichiarazione del suo Primate, mons. Wojciech Polack, arcivescovo di Gniezno, che si è espresso con forza contro il nazionalismo: “Il consenso  a questo tipo di pensiero non è solo sbagliato, ma è proprio eretico. Non può essere così!”.

Che cosa c’entrano Solidarność e Wojtyla

Un prete, don Aldo Antonelli, nel suo blog chiede, provocatoriamente, se questa Polonia, di Andrzej Duda e di Jarosław Kaczyński, è la stessa Polonia di Solidarność e di Wojtyla e la stessa Polonia che ha donato il grande albero di Piazza San Pietro. Perché, scrive, “nel caso fosse la stessa sarebbe doveroso e altamente morale un atto di rifiuto. Nel caso, invece, fossero due Polonie diverse ci si dovrebbe chiedere che rapporto le lega, considerato lo slogan gridato “Vogliamo Dio” e le corone di rosario e i crocifissi usati come arma politica di offesa e di rifiuto.”

La difesa della “civiltà cristiana”. I due lupi dentro di noi

La questione va tenuta aperta, anche dalle nostre parti. Sempre più circolano parole d’ordine contrabbandate in nome di Dio e di una presunta difesa della “civiltà cristiana”. Ricordo quando tempo fa il compianto cardinal Tettamanzi ammoniva con forza che le radici cristiane sono “importantissime”, ma “il Signore ci giudica” non solo da queste, ma anche “dai fiori e dai frutti che queste radici realizzano e i fiori e frutti chiedono di essere confrontati con il Vangelo e, per parlare in termini laici, con la dignità personale di ogni essere umano”.  Forse sta diventando tragicamente vera anche per noi la situazione icasticamente descritta dal famoso detto della sapienza indiana – e rilanciato da Enzo Bianchi – che sembra modellato sugli apoftegmi dei monaci del deserto: due lupi stanno lottando dentro ciascuno di noi e nella nostra società contemporanea, uno pieno di rabbia e rancore, di risentimento nei confronti del diverso, l’altro animato da compassione e amore intelligente. Anche questa volta preverrà il lupo che avremo saputo nutrire meglio nel nostro quotidiano. Speriamo – come scrive papa Francesco nel Messaggio per la giornata mondiale per la pace del prossimo 1 gennaio – che noi cristiani possiamo imparare sempre più “a rivolgere anche sulla città in cui viviamo uno sguardo contemplativo, ‘ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze […] promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia’, in altre parole realizzando la promessa della pace.”

Non in nome mio

Nel frattempo, una richiesta a quanti parlano di civiltà cristiana, parlano in nome di Dio ed espongono cartelli per la difesa del crocefisso (di legno) ignorando i crocefissi di carne. “Non in mio nome, non in mio nome!”: diciamo loro. Del Dio di Gesù poco si può narrare. L’unica cosa certa che ha sempre le sembianze dell’uomo. Specie di quanti fanno più fatica. Il resto non è  Vangelo.

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