Cala la vendita di pasta italiana nel mondo. L’allarme della Coldiretti

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Le vendite di pasta italiana all’estero diminuiscono. Una tendenza che va esattamente in senso contrario rispetto al buon successo delle esportazioni del resto dell’agroalimentare nazionale, che continua a spopolare in tutto il mondo (creando anche innumerevoli tentativi di imitazione).
A lanciare l’allarme sul calo di esportazioni di uno dei prodotti d’eccellenza dell’agroindustria italiana è stata la Coldiretti, che ha effettuato una analisi del mercato nei primi nove mesi del 2017 sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero che complessivamente registrano un +11,3% su base annua.
Le vendite di pasta nostrana oltre confine sono scese del 3%.
Per i coltivatori diretti la causa del fenomeno è chiarissima. Si tratterebbe di una degli effetti, viene spiegato in una nota, “della rapida moltiplicazione di impianti di produzione all’estero, dagli Stati Uniti al Messico, dalla Francia alla Russia, dalla Grecia alla Turchia, dalla Germania alla Svezia”. Stabilimenti che fra l’altro produrrebbero qualcosa che sfrutta il buon nome della pasta italiana ma che con questa non ha nulla a che fare.
La pasta, insomma, starebbe sperimentando uno dei fenomeni più pesanti della globalizzazione: la delocalizzazione degli impianti di produzione nei luoghi dove materia prima e manodopera costano meno. Secondo Coldiretti: “La delocalizzazione dopo aver colpito la coltivazione del grano, sta adesso interessando la trasformazione industriale con pesanti conseguenze economiche ed occupazionali”.
Che il comparto della cerealicoltura attraversi un periodo complesso, è d’altra parte ormai cosa nota.

Dopo l’andamento al ribasso delle quotazioni del frumento (che in alcuni casi sono arrivate al di sotto dei costi di produzione facendo così diminuire le semine), il calo dell’export di pasta arriva nello stesso giorno nel quale viene reso noto un accordo fra produttori e industrie di trasformazione che avrebbe l’ambizione di dare vita ad un patto di filiera per contrastare proprio le difficoltà di mercato. Un accordo duramente contestato dalla stessa Coldiretti.Per i coltivatori occorre puntare sempre di più sull’informazione corretta rivolta al consumo finale oltre che sulla difesa delle materie prime nazionali. Per questo i coltivatori puntano molto sugli effetti del decreto dei Ministri delle Politiche agricole, Maurizio Martina, e dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda. Si tratta di norme che obbligano le industrie ad introdurre in Italia l’indicazione in etichetta della materia prima degli alimenti venduti a partire dal febbraio 2018. L’obiettivo è quello di arrivare ad etichette chiare e limpide usate come leva commerciale per mettere in condizione i consumatori di scegliere in maniera avveduta. Un traguardo che Coldiretti vede più vicino dopo che il Tar del Lazio ha respinto il ricorso presentato dai pastai di Aidepi (Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane) proprio contro questo tipo di etichettatura. Secondo Coldiretti, il provvedimento accoglie “le aspettative dell’81% dei consumatori che potranno avere informazioni importanti come quella di sapere se nella pasta che si sta acquistando è presente o meno grano canadese trattato in preraccolta con il glifosate, accusato di essere cancerogeno e per questo proibito sul grano italiano”.
In gioco secondo i coltivatori è uno dei patrimoni di sempre dell’agricoltura italiana, che adesso – dopo la drastica riduzione delle semine cerealicole -, rischia di veder diminuire i terreni coltivati per circa due milioni di ettari situati spesso in aree marginali.

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