Il Censis: in Italia il futuro è incollato al presente. Più spese per il benessere: le “coccole” di massa

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«La ripresa c’è e l’industria va». È l’Italia fotografata dal Censis (Centro studi investimenti sociali) nel suo 51° rapporto annuale, presentato questa mattina a Roma nella sede del Cnel da Massimiliano Valerii, Direttore Generale Censis.
«Una crescita costante dal primo trimestre 2015» come confermano tutti gli indicatori economici, ad eccezione degli investimenti pubblici: -32,5% in termini reali nel 2016 rispetto all’ultimo anno prima della crisi. È l’industria uno dei baricentri della ripresa. L’incremento del 2,3% della produzione industriale italiana nel primo semestre del 2017 è il migliore tra i principali Paesi europei (Germania e Spagna +2,1%, Regno Unito +1,9%, Francia +1,3%). E cresce al +4,1% nel terzo trimestre dell’anno. Il valore aggiunto per addetto nel manifatturiero è aumentato del 22,1% in sette anni, superando la produttività dei servizi.
Inarrestabile inoltre è la capacità di esportare delle aziende del made in Italy. Una buona notizia dunque, il Paese riparte, la produzione industriale vola anche più di quella tedesca, e corrono i consumi, anche quelli accantonati per tanti anni, come i viaggi e la cultura. Tutto ciò avviene in un’Italia “del rancore”, giacché «non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore», nato dalla mancanza di un impiego. Rancore anche nei confronti dell’immigrazione che evoca sentimenti negativi nel 59% degli italiani, con valori più alti quando si scende nella scala sociale: il 72% tra le casalinghe, il 71% tra i disoccupati, il 63% tra gli operai. Il Censis rileva che l’immigrazione è cambiata: in Italia arrivano gli stranieri meno qualificati (il 90% degli stranieri non comunitari che nel nostro Paese lavorano alle dipendenze fa l’operaio), chi possiede una laurea e viene da fuori, sceglie altri Paesi europei.
Nel periodo 2011-2016, nota il Censis, operai e artigiani diminuiscono dell’11%, gli impiegati del 3,9%. Le professioni intellettuali invece crescono dell’11,4% e, all’opposto, aumentano gli addetti alle vendite e ai servizi personali (+10,2%) e il personale non qualificato (+11,9%). Gli studenti stranieri iscritti nelle università italiane sono solo il 4,4% del totale, in Germania il 7,7%, in Francia il 9,9%, nel Regno Unito il 18,5%.
Dopo i duri anni del «taglia e sopravvivi», gli italiani vivono un quieto andare nella ripresa. Tra il 2013 e il 2016, la spesa per i consumi delle famiglie è cresciuta complessivamente di 42,4 miliardi di euro (+4% in termini reali nei tre anni), segnando la risalita dopo il grande tonfo. Non sono soldi aggiuntivi per tornare sui passi dei consumi perduti, ma servono per accedere “Hic et nunc”, qui e ora, a una buona qualità quotidiana della vita. Il Rapporto Censis 2017 descrive una società nella quale “Il futuro si è incollato al presente”. Nell’ultimo anno gli italiani hanno speso 80 miliardi di euro per la ristorazione (+5% nel biennio 2014-2016), 29 miliardi per la cultura e il loisir (+3,8%), 25,1 miliardi per la cura e il benessere soggettivo (parrucchieri 11,3 miliardi, prodotti cosmetici 11,2 miliardi, trattamenti di bellezza 2,5 miliardi), 25 miliardi per alberghi (+7,2%), 6,4 miliardi per pacchetti vacanze (+10,2%). La liquidità accumulata viene rimessa in gioco pagando “in nero”, senza scontrino. Infatti, nell’ultimo anno 28,5 milioni di italiani hanno acquistato “in nero” almeno un servizio o un prodotto. Dopo gli anni del severo scrutinio dei consumi, torna il primato dello stile di vita e del benessere soggettivo, dall’estetica al tempo libero. La somma delle piccole cose che contano genera la felicità quotidiana: è un coccolarsi di massa. Ecco perché il 78,2% degli italiani si dichiara molto o abbastanza soddisfatto della vita che conduce.
Le famiglie negli ultimi dieci anni, pur messe alla prova dalla crisi, hanno destinato ai servizi culturali e ricreativi una spesa crescente: +12,5% nel periodo 2007-2016, contro il -9,6% nel Regno Unito, -8,1% in Germania, -7% in Spagna (solo in Francia si è registrato un +7,7%, comunque meno che in Italia). Nell’ultimo anno il 52,2% degli italiani (29,9 milioni) è andato al cinema: +5,1% in un anno e +6,7% di biglietti venduti. Gli italiani visitatori di musei e mostre (il 31,1% della popolazione: 17,8 milioni) sono aumentati del 4,1% e gli ingressi del 6,4%. Si segnala poi il boom di acquisti di device digitali: smartphone +190% nel periodo 2007-2016, personal computer +45,8%. Gli utenti di internet che guardano film online sono aumentati dal 19,5% del 2015 al 24% nel 2017 (il 47,4% tra gli under 30). E l’11,1% degli italiani (il 20,6% degli under 30) utilizza piattaforme digitali per lo streaming on demand. Da una parte tradizione, cioè la cultura e dall’altra parte l’entertainment, cioè i consumi digitali, visti entrambi come passepartout della contemporaneità.
Attenzione: in questa Italia che si è risollevata dalla crisi vi sono gravi problemi. Si allarga il divario tra ricchi, pochi, e poveri, che rimangono indietro. Forte denatalità in un Paese che è sempre più vecchio, in calo demografico e la classe media si sta sempre più assottigliando. Sempre meno giovani e pochi laureati sempre più in fuga verso l’estero, mentre le regioni del Sud vanno desertificandosi, mentre crescono gli abitanti delle due grandi metropoli, Roma e Milano. Il Rapporto Censis 2017 parla di rimpicciolimento del Paese. Per il secondo anno consecutivo, nel 2016 la popolazione è diminuita di 76.106 persone, dopo che nel 2015 si era ridotta di 130.061. Il tasso di natalità si è fermato a 7,8 per 1.000 residenti, segnando un nuovo minimo storico di bambini nati (solo 473.438). La compensazione assicurata dalla maggiore fertilità delle donne straniere si è ridotta. A fronte di un numero medio di 1,26 figli per donna italiana, il dato delle straniere è di 1,97, ma era di 2,43 nel 2010. Nel 1991 i giovani di 0-34 anni (26,7 milioni) rappresentavano il 47,1% della popolazione, nel 2017 sono scesi al 34,3% (20,8 milioni).
Pesa anche la spinta verso l’estero: i trasferimenti dei cittadini italiani nel 2016 sono stati 114.512, triplicati rispetto al 2010 (39.545). Il ricambio generazionale non viene assicurato e il Paese invecchia: gli over 64 anni superano i 13,5 milioni (il 22,3% della popolazione). E le previsioni annunciano oltre 3 milioni di anziani in più già nel 2032, quando saranno il 28,2% della popolazione complessiva.
Nell’Italia “del rancore”, alle prese l’anno prossimo con le elezioni politiche, l’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni. Il 60% è insoddisfatto di come funziona la democrazia in Italia, il 64% è convinto che la voce del cittadino non conti nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici. Non sorprende che i gruppi sociali più destrutturati dalla crisi, dalla rivoluzione tecnologica e dai processi della globalizzazione siano anche i più sensibili alle sirene del populismo e del sovranismo. L’astioso impoverimento del linguaggio rivela non solo il rigetto del ceto dirigente, ma anche la richiesta di attenzione da parte di soggetti che si sentono esclusi dalla dialettica socio-politica. “Non sarebbe male per la politica riprendere il filo del rapporto con i migliori e più solidi soggetti di rappresentanza intermedia”, ha scritto di recente sul “Corriere della Sera”, Giuseppe De Rita, fondatore del Censis. I populismi non capitano per caso, sembra voler dire De Rita, che termina così il suo editoriale: “Ma è cosa da tentare, se non si vuole restare prigionieri delle congreghe locali e dei loro capi-bastone”.

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