Il Seminario e i seminaristi invitati a “lasciare”

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Il “cortile di teologia” del Seminario di Bergamo

Incontro qualche tempo fa una persona di una parrocchia confinante con le mie, che peraltro conoscevo poco, che inizia a parlare del calo delle vocazioni e a un certo punto afferma lapidaria: “questa situazione è colpa vostra. Io lo so. Ci sono seminaristi bravissimi che sono stati cacciati via senza motivo. Poi vi lamentate che non ci sono le vocazioni!”. Ho provato ad aprire una riflessione con la signora, senza successo.

I preti scarseggiano. La soluzione non è la manica larga del Seminario

Di una cosa sono convinto, ossia che non si può ordinare sacerdote chiunque. Innanzitutto reputo un grave pericolo il ragionamento che fa ritenere a molti (talvolta anche ad alcuni preti, ahimè) che, visto il forte calo di seminaristi (anche a Bergamo che è stata, su questo, un’“isola felice” fino a pochi anni fa), il Seminario dovrebbe essere più “largo di maniche”. Questo pensiero, per me, è inaccettabile, in quanto il calo di ordinazioni, problema certamente serio, non deve condurre ad ordinare uomini che non abbiano quelle caratteristiche di fede, spirituali e umane che il ministero richiede. Questo innanzitutto per il bene del candidato stesso: un seminarista che venisse ordinato prete e non fosse pronto, o addirittura non avesse chiaro se quella sia la sua vocazione, sarebbe destinato a grandi sofferenze e a una vita alla ricerca di compensazioni di ripiego nel migliore dei casi, o all’abbandono del ministero nel caso il vivere lo stesso gli risultasse insopportabile.

Le qualità necessarie per essere buoni servitori del popolo di Dio

A cascata, poi, la situazione ricadrebbe sulle persone a lui vicine, in primis la sua famiglia, la sua comunità, la sua gente, con grandi sofferenze per tutti. Non si tratta di ordinare dei sacerdoti perfetti, caratteristica che resta esclusivamente di Dio, ma uomini che hanno lavorato su di sé, sotto la guida della Chiesa, aprendo il cuore al discernimento dell’autenticità della loro chiamata. Un prete che vivesse il suo ministero in modo superficiale, senza una vita di preghiera adeguata, senza amore per la sua gente, rincorrendo un’immagine di sacerdote inesistente e utopica, cercando consensi o carriere e non la verità che talvolta può ferire, non sarebbe un buon pastore della comunità cristiana.

Da parte mia, sono grato al Seminario di Bergamo, ai suoi superiori, per la serietà con cui, spesso tra critiche ingiuste e per nulla costruttive, continua nel suo faticoso lavoro di formare preti per l’oggi, alla luce del Concilio. No, il Seminario non scaccia nessuno, soltanto aiuta ciascuno a far luce sulla volontà di Dio sulla sua vita, per il bene del seminarista e della Chiesa.

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  1. Un mio amico prete mi dice sempre che dalle nostre parti i preti sono troppi, sono diventati gestori di servizi, alcune parrocchie hanno pure l’agenzia di viaggio, così le gite e o i soggiorni diventano pelleggrinaggi o momenti di meditazione (esercizi spirituali), altre si dedicano anche alla ristorazione o ai raviolifici, confondono la liturgia con la coreografia, ovviamente il tutto è riservato ai soliti amici e la comunità viene in secondo ordine. Mi pare di capire che è meglio “pochi ma buoni”

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