La Bellezza salverà il mondo. Memoria di padre Romano Scalfi a un anno dalla morte

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Padre Romano Scalfi (1923-2017)

Il giorno di Natale dello scorso anno è morto a Seriate padre Romano Scalfi, fondatore di Russia Cristiana. Un credente che ha sempre guardato con amore e interesse il mondo delle Chiese Orientali. Che ha fatto della sua lunga vita – è morto a 93 anni – un inno al servizio e alla ricerca del bello. Presentiamo un’intervista fatta un paio di anni prima della sua morte.

Narrano le antiche Cronache che nel 988 il principe Vladimir di Kiev, cercando una religione, in sostituzione del paganesimo, mandò i suoi ambasciatori nei vari Paesi perché esaminassero i loro culti. Gli inviati andarono anche tra i latini e i musulmani. Nessuna di queste religioni fece loro una impressione così favorevole, quanto la celebrazione nella grande Cattedrale bizantina di Santa Sofia a Costantinopoli (l’attuale Istanbul) della Divina Liturgia. Tornati dissero al principe: “E dai Greci andammo e vedemmo dove officiavano in onore del loro Dio: non sapevamo se ci trovavamo in cielo o sulla terra, e ancora non possiamo dimenticare quella Bellezza… questo solo sappiamo: che là Dio con l’uomo coesiste.”

Una cosa simile è accaduta a padre Romano Scalfi, il fondatore di Russia Cristiana. “La mia passione per la Russia – mi racconta –  è nata da giovane seminarista,  dopo che avevo partecipato a Trento a una Liturgia bizantina celebrata da alcuni sacerdoti gesuiti del Collegio Russicum di Roma. Affascinato da tutto questo, mi sono innamorato della tradizione orientale. Perché la bellezza, secondo i Padri della Chiesa, non è solo estetica, ma il Bello è una qualità di Dio, e così va intesa la frase di Dostoevskij: ‘la Bellezza salverà il mondo’”.

È una bella mattina quella trascorsa con padre Romano a Villa Ambiveri, a Seriate. I suoi ricordi, a dispetto di quanto sostiene,  sono vivissimi e quello che più mi colpisce di questo prete trentino nato nel 1923 è lo sguardo sempre rivolto in avanti. Senza nostalgie o grandi rimpianti. Un uomo che ha attraversato il Novecento con passione e fede, che ha incontrato grandi testimoni di Dio e dell’uomo, che ha realizzato grandi progetti  (penso alla Biblioteca dello Spirito fondata a Mosca nel 1993 e che ha pubblicato centinaia di testi in accordo stretto con gli ortodossi), eppure ancora oggi capace di stupore e di meraviglia. Perché, dice, “commuoversi è la via alla santità come bellezza. Questa via ha il pregio di liberare dalla falsa concezione che la santità sia soprattutto uno sforzo e non continua scoperta nel quotidiano di una Presenza che fa bella la vita”.

Com’è finita poi? O meglio, come è cominciato il tutto?

Io sognavo di andare in Russia. Ai tempi del Seminario i preti in Italia abbondavano, non sapevano più dove metterli. Volevo essere missionario. Per questo mi mandarono  a Roma e mi specializzai nella tradizione orientale. Imparai la lingua, mi spedirono a Milano e mi sentivo temporaneamente posteggiato nell’attesa della missione che sarebbe presto arrivata.  Così verso la fine degli anni ’50, quando molti da noi e in tutto l’Occidente si pensava che in Unione Sovietica il cristianesimo fosse ormai un relitto del passato, io ed altri amici avemmo l’intuizione che in Russia la fede cristiana non soltanto esistesse ancora, ma che fosse un principio culturale e spirituale fondamentale che bisognava ridestare. Per questo fondammo Russia Cristiana e andammo in Unione Sovietica nel 1960 con due automobili e trovammo il modo di ‘perderci’ agli occhi delle guide russe per visitare i villaggi e parlare con la gente del popolo”. Negli anni successivi sono andato varie volte fino a quando mi ha fermato un tale che mi disse che ‘non ero persona gradita’ e così mi fu tolto il visto fino alla caduta del muro di Berlino. Così per 19 anni non mi è stato possibile metter piede sul suolo della Russia. Perché, mi chiedevo, il Signore mi ha messo nel cuore il desiderio di andare in Russia e poi mi combina questi scherzi? Solo dopo ho scoperto che il Signore ama scherzare con i nostri piani e soprattutto ama cambiare le carte in tavola, ma se siamo minimamente fedeli al cuore della vocazione il Signore realizza i nostri piani in un modo infinitamente più grande di quello che noi potevamo immaginare.

Quindi?
Ho cercato di fare qualcosa dall’Italia, portando in Occidente la bellezza della liturgia bizantina, tenendo contatti con le persone, affidando loro le bibbie, testi religiosi che aiutavano uomini e donne a mantenere salda la fede. Diffondendo in Italia la traduzione dei samizdat, i fogli clandestini dei dissidenti, che documentavano la persecuzione dei cristiani e la lotta per affermare il valore della persona umana. Eravamo negli anni Sessanta, nei quali tutta la cultura, l’editoria, i mass media erano in mano allo Stato, le persone che volevano comunicare qualcosa d’importante, cominciarono ad affidare i loro messaggi, i testi, le poesie, le lettere, e i romanzi a dei canali alternativi.

Come facevano?

Leggevano, per esempio, sulla stampa di propaganda atea qualche citazione della Bibbia o del Vangelo, scritta per confutarla. Le persone ritagliavano, incollavano, ricopiavano con la carta copiativa perché le fotocopiatrici non esistevano ed erano comunque proibite. Successivamente inviavano testi in Occidente, quasi illeggibili perché si trattava ormai della sesta o settima copia. Oppure copiavano lettere, testimonianze, racconti. In questo modo, arrivarono inediti in Occidente alcuni racconti di Solzenicyn, trascritti come racconti anonimi, racconti minimi. Una cultura di altissimo livello, di forte impegno, che ha raggruppato credenti e non credenti. Resto convinto che sia stata uno degli elementi che ha fatto cadere il comunismo senza effondere una goccia di sangue, perché predicava la nonviolenza in modo assoluto e il rispetto della persona. I suoi autori finivano nei gulag ma far del male ai comunisti era proibito. La cultura del samizdat voleva educare una nuova umanità, con la consapevolezza che non è la situazione sociale che determina l’uomo ma è la coscienza dell’uomo a determinare le situazioni sociali.

Dove sta la bellezza della tradizione ortodossa?

Il nostro mondo occidentale si poggia sulla logica di Cartesio, sul suo concetto di idee chiare e distinte. Prima ancora si fonda sul pensiero di Aristotele. L’Oriente si ispira di più a Platone, al neoplatonismo, dal quale derivano concetti come quello di “conoscenza integrale” di Solov’ev, il grande filoso russo: l’uomo arriva alla conoscenza non solo impegnando la testa, ma anche il cuore, la vita. Basilio, Gregorio di Nissa, i grandi Padri della Chiesa, dicevano che l’uomo conosce ciò che diventa in sé vita, ovvero: non si conosce semplicemente ragionando, ma vivendo. La ragione lasciata a sé stessa, scriveva Hannah Arendt, è la via migliore per arrivare a forme di totalitarismo.

Come si riflette questa bellezza nella liturgia?

È ovvio che il valore della messa latina e bizantina è identico. Ma la modalità dell’espressione è diversa. La nostra messa è molto essenziale, benedice una sola volta, per esempio. Nella messa bizantina ci sono incensi, movimenti, canti, che coinvolgono la totalità della persona e aiutano, con la bellezza e la completezza, a capire meglio. Un altro aspetto importante è la theosis, la divinizzazione. Sant’Agostino, nella sua polemica con i pelagiani eretici che, dubitando della divinità di Cristo, ritenevano importante solo seguire i suoi esempi etici, disse: “Il vostro perfido peccato è di aver ridotto Cristo ad un esempio”. Cristo infatti prima di darci un’etica ci ha dato un’ontologia diversa: la divinizzazione. Dio si è fatto uomo perché l’uomo potesse diventare Dio. Dio si è incarnato per rendere divino l’umano, nella sua materialità e nella sua natura. Secondo la migliore tradizione orientale e occidentale l’umano e il divino si uniscono.

Come spiega il fascino che ancora oggi esercitano le icone?

Credo perché l’icona ci aiuta a “imparentarci” con il divino, a renderlo familiare. L’icona non ha verità definitive da offrire: non a caso san Serafino di Sarov insegnava che essa è nata per essere definita, ogni volta, dal cuore di chi la prega. Una delle cose belle, tra le molte, evidenti ad una visita non superficiale in Russia è vedere che in tante case esiste l’ “angolo bello”, o “l’angolo rosso”, che è riservato alle icone. Ad esso il visitatore si rivolge, entrandovi, in segno di saluto e rispetto prima ancora che a chi ci abita.

È finito il comunismo, è crollato il Muro. All’Est i cristiani godono di una libertà sconosciuta fino a pochi anni fa. Eppure abbiamo l’impressione che le insidie da affrontare non siano minori. Che ne pensa?

Lo penso anch’io. Non basta abbattere se non si è capaci di edificare. La caduta del Muro è stato il maturare di una crisi che noi abbiamo sempre considerato inevitabile. Ma la caduta di un idolo non consente di stare tranquilli. Mi creda, la cosa più importante non è buttar giù il comunismo ma tirar su persone nuove. “Il campo di battaglia è il cuore dell’uomo”, scriveva Dostoevskij. Solo persone nuove possono garantire una vita più umana, altrimenti nel vuoto prodotto dall’utopia irrompono – e l’abbiamo visto! – altre forze disgreganti, magari di segno contrario, ma ancora pericolose per la vita della gente.

Quali sono i pericoli per la fede cristiana?

Prime fra tutte la sua riduzione a “pacchetto” di valori etici, il confinamento in una dimensione semplicemente umanitaria, magari da usare a supporto dei progetti dei nuovi poteri. Cito spesso, a proposito, il racconto dell’Anticristo di Solov’ev. All’imperatore filantropo e ben disposto verso tutte le forme di religione ragionevole e misurata, si oppone una pattuglia di cristiani che non accettano il suo vago umanesimo religioso. L’imperatore chiede loro: “Strani uomini, ditemi dunque voi stessi, abbandonati dalla maggior parte dei vostri fratelli: che cosa avete di più caro nel cristianesimo?” Il monaco Giovanni si alza in piedi e risponde: “Grande sovrano, quello che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacchè noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità”.

Lei è un profondo conoscitore del mondo ortodosso. Quali sono oggi le maggiori difficoltà per la chiesa russa?

Una delle cose più difficili per gli ortodossi è recuperare la tradizione missionaria. Per più di 70 anni, i credenti sono stati obbligati a non parlare; predicare era rischioso, bastava sbagliare una parola per finire in carcere! Se oggi la mentalità è poco missionaria non è per cattiva volontà, ma per mancanza di esperienza. Ciò che non diventa esperienza, non diventa neanche cultura! In questo momento, molti in Russia puntano sulla forza missionaria della Liturgia in quanto tale. Ma se la Liturgia non viene compresa? Genera un vuoto. E oggi sono in tanti a non conoscerla!
Se non esiste un’educazione, ci si fossilizza nell’ignoranza. Per questo occorre collaborare nel formare la gente. Noi, ad esempio, non consideriamo fondamentale la visita del papa a Mosca. Sarebbe una bella cosa, ma se fosse imposta e male accolta, perderebbe ogni significato. Meglio puntare sui principi essenziali.

A quando l’unità?

Personalmente, non sono in grado di prevedere “la data” in cui l’unificazione avverrà. Ma la nostra principale preoccupazione è camminare verso l’unità, maturando un’amicizia e una collaborazione profonde con gli ortodossi. A questo scopo, non occorre mascherare la propria identità; noi siamo quello che siamo e gli ortodossi sono quello che sono! Ricorderò sempre ciò che un ortodosso mi disse, a Mosca, nel corso di uno dei miei tanti viaggi: quando gli chiesi “Quale presupposto, secondo lei, potrebbe favorire l’unità?”, mi rispose, “Che i cattolici siano sempre più cattolici, e gli ortodossi sempre più ortodossi; preghiamo insieme che il Signore ci unisca e, un giorno, Lui ci congiungerà”. Noi crediamo fermamente a questa possibilità. Per tale motivo non abbiamo la preoccupazione di indossare delle maschere, prima di parlare con loro. Ciò che, realmente, conta, è la cooperazione, sul tema dell’annuncio cristiano. Mi creda, l’unità è il frutto dell’opera della Grazia di Dio: il problema non è fissare una data in cui si realizzerà ma andarvi incontro.

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