Maria, una «donna corale»: «Sono madre, e non c’è fine al desiderio di essere figli»

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Sulla copertina appare il viso di Maria, dipinto da Lorenzo Lotto nell’Annunciazione di Recanati (1534), in cui l’atteggiamento della Vergine è «quello di chi si sente colpito alle spalle da un richiamo improvviso», commentava Giulio Carlo Argan nella sua Storia dell’arte italiana. Nelle pagine iniziali di Lei di Mariapia Veladiano (Guanda, pp. 176, 17 euro, ebook a 4,99 euro), è proprio la Madre di Dio a descrivere, con leggera ironia, le molte rivisitazioni a cui la sua figura è andata incontro nei secoli: «Sono una donna corale. Un’opera collettiva senza il nome degli autori segnato in fondo. Sono stata scritta da uomini e donne di ogni tempo. Mi hanno vista bambina, signora, gran dama, regina, spaventata, incantata, sgomenta, solenne, vestita di perle e di sacco. Sono stata di tutti come l’aria che si respira, l’acqua che dà vita, l’abbraccio di cui si ha bisogno. Sarò di tutti ancora e per sempre, sono madre e non c’è fine al desiderio di essere figli». «Nell’arte – prosegue la voce narrante del libro – ho pianto, contemplato, sorriso. Gli occhi rovesciati al cielo o rivolti al bene della terra. Mi hanno fissata mentre fuggivo, consolata dagli angeli, col Bambino ancora dentro al grembo. Col suo corpo trafitto fra le braccia. Ho le stelle sul capo, il manto celeste, bianco o d’oro, che ricorda un’onda e sotto i piedi la terra e anche la luna, a volte la luna, e il serpente, la coda di un Satana anche lui corale, nero, le zampe artigliate, a scaglie spinose e lubriche, venuto da tutte le paure della terra. Di me non si sa da dove vengo, sono nata con mio figlio, resa madre dal suo apparire. In questo sono sorella di tutte le madri. Non ci sono i miei genitori nei Vangeli. Come se prima del Bambino io non fossi esistita».

Laureata in Filosofia e in Teologia, Mariapia Veladiano ha spesso affrontato nei suoi libri temi religiosi, senza però mai scadere in toni sermoneggianti: i suoi personaggi sono fatti di carne e sangue, non si riducono ad «allegorie» di verità metafisiche o morali. Questo vale anche per Maria di Nazaret in Lei, romanzo in cui ai capitoli in prosa si alternano parti in forma di poesia.

«Della figura di Maria – spiega la scrittrice vicentina – si sono appropriate con grande libertà sia la devozione e l’iconografia popolari (pensiamo anche solo ai disegni dei madonnari in tante piazze di città italiane), sia la tradizione teologica. Semmai, tra questi due ambiti si è anche prodotta una tensione, nel senso che la teologia, privilegiando la dimensione trascendente della vocazione di Maria, ha talvolta finito per disancorarla dalla trama di relazioni e affetti che lei, in quanto donna, madre di Gesù e moglie di Giuseppe, pure doveva aver coltivato nel corso della sua vita. Con Lei – vorrei fosse chiaro – non ho inteso scrivere a mia volta un testo di teologia ma un romanzo, prendendomi anche delle libertà narrative; immaginando che fosse proprio Maria, in prima persona, a narrare alcuni passaggi fondamentali della sua vita, ho tentato di rendere la sua piena umanità, la sua generosità di madre ma anche la sua fragilità, i suoi timori».

Ancora riguardo alle molteplici forme della devozione mariana: pure oggi, qua e là, non c’è il rischio che l’immagine della Madre di Dio venga «isolata» da quella del Figlio e dalla vita concreta della Chiesa? 

«Certamente, la figura di Maria di Nazaret non andrebbe strumentalizzata per fini “pedagogici” o “edificanti”. Di lei i Vangeli, tutto sommato, ci dicono poco: ci viene testimoniata soprattutto la sua capacità di ascolto della parola di Dio, che la porterà per gradi a seguire le orme di un figlio sulla cui missione, all’inizio, non doveva aver tutto chiaro».

Come tutte le parole umane, anche l’espressione «ancella del Signore» può essere piegata in diversi sensi: per esempio, la si può intendere come un modello di sottomissione cieca, automatica. In un suo libretto di qualche anno fa, Il mistero di Maria, la psicoanalista Luce Irigaray proponeva invece una diversa lettura del racconto dell’Annunciazione: la Vergine accetta liberamente di collaborare al piano salvifico di Dio, dando così prova di una sua autonomia spirituale; non si sottomette passivamente, insomma, a un diktat impostole dal cielo.    

«Le cose stanno proprio in questo modo, necessariamente. Immaginare che Maria non avesse rivestito alcun ruolo attivo nella vicenda dell’Incarnazione corrisponderebbe in fondo a una variazione sul tema del “docetismo”, l’antica eresia per cui Gesù non avrebbe avuto una natura umana e corporea. No, non si deve pensare alla Madonna alla stregua del personaggio di una “sacra rappresentazione” il cui copione e andamento sarebbero dipesi solo da Dio. Nel mio libro, ho voluto sottolineare come Maria abbia messo in gioco la sua libertà, anche se questo non l’ha fatto da sola, ma accompagnata dalle persone che la amavano, a partire da Giuseppe. Non siamo autorizzati a stravolgere racconto dell’Annunciazione, nel Vangelo di Matteo, né ad aggiungervi dei “fioretti”; ritengo però che Giuseppe fosse “presente”, quando Maria pronunciò il suo “sì” all’angelo, il suo “avvenga di me quello che hai detto”. Lei sapeva di poter contare su suo marito, con la stessa certezza per cui noi, riferendoci a una persona che ci ama, pensiamo: “Di certo capirà”».

 

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