Come si diventa preti. I “cammini personalizzati”

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Seminaristi del Biennio Teologico di Bergamo con il vicerettore don Gianfranco Scandella

Una premessa è necessaria, per introdurre il tema: in ambito formativo, non esistono manuali che insegnino “come si fa”. Questo vale anche nella formazione dei candidati al ministero ordinato. Esistono certamente studi, indicazioni psicologiche e pedagogiche, linee educative, percorsi di formazione teologica e spirituale, esperienze pastorali,  ambiti sui quali riflettere, pregare, mettersi alla prova e confrontarsi, ma non ricettari da seguire minuziosamente.

Del resto, è con la storia, la libertà e la fede di ciascuno che si ha a che fare. Già da questo si intuisce la responsabilità enorme delle figure educative che, nel nostro Seminario, sono chiamate ad aiutare il seminarista nel discernimento vocazionale e a costruire con lui la preparazione al ministero.

Il seminario non è un nastro trasportatore

Una scelta in particolare ha caratterizzato questi ultimi anni della formazione dei seminaristi di Teologia, molto più rispetto agli anni precedenti nei quali pure si effettuavano: i “cammini personalizzati”. Per spiegare in modo semplice, mi piace partire da quanto diceva, saggiamente, il mio primo parroco a Telgate, don Tarcisio: “il Seminario deve stare attento a non diventare un nastro trasportatore, dove si sale e, salvo ostacoli, si arriva alla fine del percorso e si riceve l’ordinazione”.

Questo esempio semplicissimo dice qualcosa di profondamente vero: non si tratta soltanto di superare esami di Teologia, mostrare capacità pastorali e relazionali, saper condurre un ente gestendone tutti gli aspetti (di trasmissione della fede, educativo, economico, ecc.). Si tratta di essere uomini che conformano la propria vita al Buon Pastore, che vivono quanto celebrano, che dicono Dio tra le pieghe e le piaghe della storia.

Per questo occorre che le questioni fondamentali quali il cammino di fede, gli aspetti relazionali e affettivi, la vita della Chiesa, l’immagine che si ha del prete e del suo ministero oggi, vengano approfonditi prima dell’ordinazione presbiterale. Da curati, lo dico per esperienza personale, con gli impegni legati alla pastorale giovanile in oratori grandi e complessi, il lavoro su di sé certamente continua, ma la rielaborazione di questioni o problematiche umane in una situazione di impegno gravoso e di dedizione completa alle comunità sarebbe difficoltosa.

Il tempo e la cura per la formazione

Per questo credo sia una buona scelta quella di far sì che il tempo del Seminario sia per i candidati al sacerdozio tempo di cura della propria formazione umana e di fede, senza cadere nella fretta o nel malsano desiderio di rispondere ad aspettative di altri (se vogliamo bene ai seminaristi, non chiediamo “quanto manca?”.. dovrebbe essere ora chiaro il perché!). Quando capita che qualche seminarista mi chieda un consiglio, rispondo così: “abbi cura di te, impara la passione per Dio e per l’umanità. Per questo serve tanta preghiera, servono gli studi, sono fondamentali gli scambi con i superiori e le esperienze che ti verranno consegnate. A gestire un CRE e i conti impari in fretta… Ora concentrati su ciò che dà senso a tutto il nostro fare”.

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