Violette Khoury ad Ambivere: così il pizzo di Nazareth mantiene il filo dell’identità delle donne palestinesi

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Se si incontra Violette Khoury per la prima volta, si rimane affascinati dai suoi occhi: liquidi, trasparenti, sorridenti. Sono occhi che hanno visto molto in 78 anni, forse anche troppo; eppure, quando Violette racconta la sua vita, la voce è calma, serena: è la voce di una donna che non ha mai perso la speranza. Ospite ad Ambivere, invitata da «La Tenda di Amal», l’associazione che si occupa di sensibilizzare sul conflitto israelo-palestinese, Violette ha raccontato la vita di una donna che in sé è tante cose: palestinese, araba israeliana e cristiana melchita. Una donna di Nazareth che si batte nel mondo per la pace, la giustizia e la verità.
Violette è nata sul finire della seconda guerra mondiale e quando era ancora una bambina ha vissuto quello che i palestinesi chiamano Nakba, letteralmente “catastrofe” o “disastro”, ovvero l’esodo palestinese nel 1948, in seguito alla fondazione dello Stato di Israele. «La mia memoria è immersa di immagini legate alla Nakba -racconta Violette-; miseria, uomini, donne e bambini rimasti senza una casa, senza nulla, costretti a vivere in baracche. Ricordo che a Nazareth, sulla strada in salita che porta verso la Basilica, non si riusciva più a camminare da quante persone c’erano: erano i palestinesi di Tiberiade, portati con la forza. Non dimentico gli sguardi dei bambini e dei ragazzi, così spaventati e intimoriti.»
Una vera catastrofe, anche per la famiglia di Violette, costretta una notte a lasciare Haifa e scappare a Nazareth, la città da dove proveniva la famiglia di sua madre. «Per mio padre è stata davvero una tragedia -continua Violette-: era un uomo forte, credente e anche molto umano. Era legato alla sua famiglia e lasciare Haifa per lui fu difficilissimo. Poco prima di morire, a causa di un tumore, io e i miei fratelli lo accompagnammo a Parigi, dove vivevano i suoi nipoti, figli di sua sorella. Per la prima volta lo vidi piangere: non per il dolore della malattia, ma perché nel suo cuore c’era il desiderio di incontrare ancora un’ultima volta la sua famiglia, che non aveva più rivisto dal ‘48. Lui e i suoi fratelli sono morti senza potersi riabbracciare».
Crescendo Violette ebbe l’opportunità di studiare farmacia a Roma; poi, tornata a Nazareth, l’incontro con il suo futuro marito, con cui fondò una famiglia e aprì una farmacia, gestita per ben 45 anni. Una storia difficile quella della famiglia Khoury; perché la vita a Nazareth non è semplice, specialmente se, prima di essere cittadino israeliano, sei palestinese. «Abbiamo imparato a sopravvivere a Nazareth -spiega Violette-, e affrontare grandi difficoltà ogni giorno: manca la libertà, viviamo in una situazione di costante discriminazione, la nostra vita è stretta, non possiamo costruire nuove case e la città è sovraffollata. Ci sentiamo sottomessi e questa oppressione ci ha fatto perdere anche la nostra identità di palestinesi.»
L’unica soluzione per molti palestinesi di Nazareth è stata quella di emigrare negli Stati uniti: un’emigrazione non di scelta, ma per fuggire ad una vita che si restringe e che non dà più possibilità. Altri, invece, hanno deciso di rimanere e resistere. «Nazareth è da 70 anni sotto il governo di Israele e oggi il popolo palestinese è frammentato-prosegue Violette-: ci sono i palestinesi in Israele, quelli nei così detti Territori Occupati, i palestinesi di Gerusalemme, quelli nei campi profughi e i palestinesi di Gaza. È un popolo fatto a pezzi. Quando si parla di resistenza a volte si parla di violenza, ma questa non è resistenza, è una sottomissione. La vera resistenza è comunicare la verità agli altri e combattere i pregiudizi, per ripristinare un dialogo interrotto. A Nazareth, in particolare, resistere significa conservare il legame tra tutti gli abitanti, recuperare l’identità palestinese, le radici, le tradizioni e riunire una società divisa.»
Proprio in questa direzione si muove l’associazione «Nasijona», fondata da Violette e sostenuta dalla Tenda di Amal. Nasijona, “il nostro tessuto” in arabo, vuole salvare l’identità e le tradizioni dei palestinesi di Nazareth, attraverso il recupero dell’artigianato locale, antico e prezioso; per fare questo, si è affidata alle donne. «Nazareth prima era un luogo di tradizione artigianale ma oggi abbiamo perso questa caratteristica-sottolinea Violette-. Da una società di produzione siamo purtroppo passati ad una di consumo. Nazareth era famosa per un tipo di tessuto che veniva prodotto solo lì, un ricamo in pizzo eseguito con ago e filo. Ho pensato: possiamo salvare questa tradizione prima che sia persa del tutto? Abbiamo trovato le ultime 4 donne della città che erano in grado di fare questi lavori unici e grazie a loro abbiamo incominciato a insegnare l’arte alle nuove generazioni.» Ad oggi l’associazione accoglie circa 100 donne di Nazareth, dai 13 agli 84 anni, ricche e povere e, soprattutto, di tutte le religioni. «Le donne sono molto importanti perché possono diffondere le idee nelle famiglie; con Nasijona possiamo ristabilire la relazione umana basata sulla comunicazione, anche interreligiosa, gettando le basi per una società fondata sull’armonia, l’amore e la convivenza.»
Un tema caro a Violette quello della comunicazione interreligiosa, già lei tra i membri fondatori di Sabeel, il movimento ecumenico per la pace e la giustizia. «Quando sono andata a Roma a studiare vivevo in un ambiento dove la maggior parte delle persone era cristiana e sentivo che mi mancava la parte ebraica e musulmana -confessa Violette-; è una ricchezza poter vedere il punto di vista di religioni diverse dalla propria. Dobbiamo costruire un legame e imparare l’uno dall’altro. Il contatto interreligioso è importante, anche e soprattutto con gli ebrei. La politica sta usando la religione come arma per spingerci a diventare nemici. Abbiamo bisogno di Sabeel: gente cristiana che, applicando ogni giorno il Vangelo, cerca una strada unica, un’unica voce ecumenica. Se siamo tutti uniti noi cristiani, allora sì, possiamo parlare di pace e giustizia con i musulmani e gli ebrei.»

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