Francesca Cabrini, la prima santa americana: “Dedicò la vita agli emigranti italiani”

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“Il mondo è troppo piccolo”, ripeteva spesso Francesca Saverio Cabrini (Sant’Angelo Lodigiano, 15 luglio 1850-Chicago, 22 dicembre 1917), religiosa e missionaria italiana naturalizzata statunitense nel 1909, fondatrice della congregazione delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, nel 1946 è stata la prima cittadina statunitense a essere proclamata santa.

Nel centenario della morte, Lucetta Scaraffia propone una nuova edizione di “Tra terra e cielo. Vita di Francesca Cabrini” (Marsilio Editore 2017, Collana “Gli Specchi”, pp. 208, 17 euro) introdotta da Papa Francesco e con la postfazione di Liliana Cavani, che ricostruisce il percorso della Patrona dei migranti, la quale dedicò la propria vita ad assistere gli emigranti italiani di fine Ottocento negli Stati Uniti.

Ultima di undici figli Francesca, diplomata maestra elementare, nel 1874 pronunciò i voti e nel 1880 fondò a Codogno, in provincia di Lodi, la congregazione delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, aggiungendo al proprio il cognome Saverio, in onore di San Francesco Saverio, sacerdote missionario nell’Estremo Oriente. Francesca sognava di fare la missionaria in Cina fin da giovanissima, e realizzò il suo sogno di andare all’altro capo del mondo, non in Cina ma in America.

Francesca Cabrini, minuta e fragile dagli intensi occhi azzurri e un fare semplice ma sicuro, compì nel corso della sua vita ventotto traversate dell’Oceano Atlantico insieme agli emigranti italiani diretti in America e con loro comprese a fondo le difficoltà che attendevano i nostri compatrioti. Nel Nuovo Mondo servivano con urgenza scuole, ospedali, punti di riferimento. Ricordiamo che allora il pregiudizio nei confronti degli immigrati italiani era enorme, perché in molti erano analfabeti e costretti a lavori umilissimi o alla disoccupazione. Minata dalla malaria e dalla tisi, alla sua morte Madre Cabrini lasciò sessantasette istituti in tre continenti, dopo aver costruito asili, scuole, convitti per studentesse, orfanotrofi, case di riposo per laiche e religiose, ospedali a New York e Chicago, riuscendo a formare spiritualmente un esercito di suore che seppero continuare e ingrandire la sua opera.

Nell’Introduzione al testo la storica e giornalista Scaraffia, nata a Torino, professore associato di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza, scrive:

“Oggi che la questione delle migrazioni è diventata dramma quotidiano anche nei paesi europei – ponendosi come uno dei problemi più gravi e urgenti che ogni governo deve affrontare e come fattore determinante per il cambiamento futuro – torna di grande attualità la vita di Francesca Cabrini, coraggiosa suora lombarda che ha fatto dell’assistenza ai migranti il lavoro di una vita”.

Abbiamo intervistato l’autrice, editorialista del “Messaggero” e dell’”Osservatore Romano”, coordinatrice del mensile “Donne, Chiesa, Mondo” del quale è stata fondatrice, che restituisce al lettore l’avventura straordinaria di Francesca Cabrini, “donna forte e libera” dalla “personalità viva e pungente”, “vera leader impegnata nel sociale”.

Prof.ssa Scaraffia, nelle prime pagine del libro sostiene che il percorso biografico di Francesca Cabrini è anche una storia di precoce emancipazione femminile. Desidera chiarire la Sua riflessione?

«Francesca Cabrini era diventata maestra in tempi in cui poche erano le donne a studiare, e aiutò sempre le donne, sia attraverso la creazione di scuole, sia promuovendo la preparazione delle sue suore, a studiare e a imparare una professione. Alle consorelle insegnò ad assumersi pesanti responsabilità da sole, e a mantenersi fedeli ai propri progetti senza chiedere aiuto al clero. Ha avuto fiducia in donne giovani, che non erano mai uscite dal proprio paese e dalla propria famiglia, affidando loro iniziative di grande impegno, e inviandole in posti lontani raggiungibili attraverso viaggi faticosi e difficili. In questo senso fu una vera femminista!».

Per la stesura del volume è stata fondamentale la ricca corrispondenza, edita nel 2002 dalle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù. Ce ne vuole parlare? 

«L’edizione annotata scrupolosamente delle lettere, lavoro lungo e ingrato, è stata molto utile per la mia biografia, e per chiunque voglia conoscere bene Francesca Cabrini. Mettere tutto quanto ha scritto a disposizione degli studiosi è stato un gesto coraggioso e aperto da parte delle suore, perché di solito per i santi si preferisce pubblicare una selezione delle lettere più interessanti spiritualmente, quelle cioè che fanno far loro migliore figura. Qui vediamo invece l’evoluzione interiore di una donna coraggiosa, possiamo ripercorrere tutti i passi del suo cammino».

“Francesca Cabrini, è oggi molto attuale e ci insegna ancora la via da percorrere per affrontare il fenomeno epocale delle migrazioni coniugando la carità e la giustizia” scrive Bergoglio nella Prefazione alla biografia. Come si può considerare oggi nel nostro contesto la figura della Santa?

«Francesca ha proposto ai migranti un vero e proprio programma d’integrazione, che però prevedeva il mantenimento della loro identità originaria, soprattutto religiosa. Nelle sue scuole s’insegnava in inglese per formare nuovi cittadini americani – lei stessa diede l’esempio prendendo la cittadinanza americana – ma si manteneva il legame con la chiesa cattolica. Madre Cabrini non si è mai vergognata di essere italiana in un mondo che disprezzava gli italiani, ma cercava anche di capovolgere questa cattiva fama: come sede per le sue opere di assistenza agli immigrati sceglieva sempre begli edifici, buoni quartieri. Ogni inaugurazione era festeggiata con solennità, chiamando cantanti per dare testimonianza della musica italiana, e con buffet che facevano assaggiare le eccellenze del nostro Paese».

«La Chiesa è puntellata proprio da donne che hanno faticato estremamente per guidare, spesso senza clamore, la grande visione della “fraternità” in Cristo» scrive Liliana Cavani nella Postfazione del libro. Concorda con la definizione di “avventuriera moderna” che fa la Cavani della Santa suora lombarda? 

«Sì, certo. Madre Cabrini amava l’avventura, i viaggi, sapeva affrontare con coraggio l’incertezza che accompagnava ogni nuovo insediamento, i conflitti con le autorità politiche ed ecclesiastiche che hanno segnato ogni sua impresa. Qualche volta, come ad esempio per salvare dalla bancarotta l’ospedale Columbus di New York, non ha esitato a ricorrere a piccoli sotterfugi. Amava la modernità, tanto da descrivere in lettere alle consorelle come funzionava un moderno piroscafo, osservato con passione e competenza. Voleva capire tutto, le piaceva vedere come funzionava il mondo, e durante i viaggi s’intratteneva con i compagni di viaggio imparando molte cose».

Francesca Cabrini aveva capito che la modernità sarebbe stata contrassegnata da immani migrazioni; quello della Santa fu uno sguardo e uno spirito profetico? 

«Certo. Madre Cabrini aveva capito che con la rivoluzione dei trasporti, che rendeva possibile lo spostamento in poco tempo di grandi masse umane, e con quella delle comunicazioni iniziata con il telegrafo, le migrazioni avrebbero fatto parte della storia del mondo molto più di prima. Non pensava che si trattasse solo di un problema italiano, né legato all’America. E capiva che la perdita di radici poteva turbare profondamente l’identità degli esseri umani, gettandoli in uno stato di sofferenza che poteva dar luogo a soluzioni sbagliate e disperate. Per questo ragionò sempre in grande su questo problema, cercando di affrontarlo alla radice, dimostrando grande capacità di riflessione. Si era resa conto subito che l’identità religiosa costituiva il cuore del problema, che doveva essere difesa proprio durante il necessario processo d’integrazione».

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