Il servizio civile all’oratorio. La storia di Jonathan: “Prendersi cura degli altri è un’esperienza che cambia la vita”

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Foto e video servizio di ©Gian Vittorio Frau

Il servizio civile all’oratorio: un’esperienza che fa crescere e apre gli orizzonti. E’ stato così per Jonathan Algeri, 24 anni, studente di ingegneria meccanica: “Prendersi cura degli altri – spiega – cambia completamente la prospettiva sulla vita, fa capire come funzionano davvero le cose. Ora che l’anno di servizio civile è terminato, continuo a collaborare con l’oratorio e ho iniziato anche a lavorare in una comunità dell’istituto Palazzolo a Torre Boldone che accoglie minori sia italiani sia stranieri non accompagnati. Sto con loro di sera, di notte e per la colazione, per tre-quattro volte a settimana. Ho svolto il servizio civile con mio fratello Kevin, che ha tre anni in meno. Il nostro obiettivo in questo periodo è stato far sentire tutti i ragazzi che venivano all’oratorio come a casa propria, creando uno spazio accogliente e vivace. Abbiamo organizzato il Cre invernale, abbiamo collaborato con l’équipe tornei che organizza un’iniziativa ogni mese per i ragazzi delle medie e superiori, la domenica pomeriggio. L’attività sportiva ha il suo culmine a maggio quando c’è un torneo di calcio a sette che dura per tre-quattro settimane, con 16 squadre iscritte, si gioca in alternanza nelle diverse parrocchie”.
Un aspetto molto arricchente del servizio civile sono state le giornate di formazione: “Le abbiamo seguite – racconta Jonathan – nella sede della Caritas e in altri luoghi. Sono state molto importanti per noi, abbiamo imparato moltissime cose. E’ così che pian piano ho potuto mettermi alla prova come educatore”. Tra le diverse attività che Jonathan ha seguito c’è stata anche quella dei campi scuola: nell’unità pastorale di Scanzorosciate con gli Orsi se ne fanno di diversi tipi. Alcuni sono vere e proprie vacanze, in cui adolescenti e giovani imparano comunque ad autogestirsi nella vita quotidiana. “Nell’ambito del Cre invernale, per esempio – spiega – si va per qualche giorno in montagna in baita. D’estate siamo stati in Toscana, a Calambrone, anche in questo caso associando attività di riflessione ad altre più divertenti”. Poi, però, ci sono anche dei viaggi veri e propri di scoperta e di conoscenza, di quelli che cambiano la vita: “Abbiamo aderito come oratorio – racconta Jonathan – a una delle proposte di “Giovani per il mondo” della Caritas. Eravamo un gruppo di 12 e siamo stati ad Atene, in un centro d’accoglienza per bambini e famiglie che accoglieva profughi siriani, in un quartiere che si chiama Neos Kosmos. E’ stata un’esperienza difficile e toccante. Quando ci siamo trovati lì abbiamo incontrato una realtà completamente diversa da come potevamo immaginarla. Abbiamo portato cibo ai senzatetto nel centro di Atene. Poi sono tornato e ho incominciato a guardare anche la nostra realtà bergamasca con occhi diversi. Alla televisione si sente molto parlare di profughi ma quando ti confronti dal vivo con un ragazzo come te che ha dovuto scappare da casa sua perché altrimenti sarebbe stato costretto ad arruolarsi nell’esercito, a sparare e a uccidere, è tutta un’altra storia. C’è un coinvolgimento emotivo molto più forte. C’erano tanti bambini dai 5 ai 12 anni che sembravano molto più grandi della loro età: si accontentavano di poco e si capiva chiaramente che avevano un passato difficile. Per giocare prendevano delle bandane, se le arrotolavano in testa e facevano finta di spararsi: era inevitabile pensare che avessero già visto com’è una guerra vera. Quest’anno abbiamo in progetto un altro viaggio, completamente diverso: andremo in Romania, a Bucarest, a lavorare accanto ai bambini di strada”.


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