Le persecuzioni dei cristiani del mondo. Ma la vera minaccia è l’indifferenza

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I dati sui cristiani perseguitati dell’associazione internazionale Porte aperte, pubblicati nel rapporto annuale World Watch List 2018, sono impressionanti: nel mondo oltre 215 milioni subiscono intolleranza. L’anno scorso oltre tremila persone sono stati uccise per la fede. A guidare la lista dei 50 Paesi dove i cristiani sono più perseguitati, sono la Corea del Nord e l’Afghanistan. Nelle “top ten” ci sono però anche Somalia, Sudan, Pakistan, Eritrea, Libia, Iraq, Yemen e Iran. È in Pakistan che la persecuzione ha i connotati più violenti in assoluto. I Paesi europei nella lista sono la Turchia, al 31° posto, e l’Azerbaigian, al 45°. Colombia e Messico gli unici del continente americano. Una escalation di intolleranza è stata registrata in Libia e in India, dove a motivo della crescente influenza del radicalismo induista sono stati compiute aggressioni su oltre 24mila cristiani indiani. Sempre secondo l’associazione Porte aperte, che lavora in 25 Paesi a sostegno dei cristiani di ogni denominazione, le persecuzioni possono andare dalla discriminazione culturale e sociale al disconoscimento familiare, dalla privazione di lavoro e di reddito fino ad abusi fisici, torture, rapimenti, mutilazioni, distruzione di proprietà, imprigionamenti, assassini. Sono dati spiazzanti, perché il contesto europeo, in cui è rispettato il diritto alla libertà di religione, atteggiamenti di questo tipo sembrano inimmaginabili: qui i cristiani, abitualmente religione di maggioranza, sembrano l’ultimo bersaglio possibile di persecuzioni. Ma è una lettura parziale, perché in realtà la situazione non è così rosea. Un esempio concreto. Domenica scorsa, in una grossa parrocchia dell’hinterland bergamasco, un parroco felice ha celebrato otto battesimi. Durante l’omelia, però, ha fatto un’osservazione che fa riflettere: nella sua parrocchia, negli ultimi anni, la percentuale dei bambini che ricevono il battesimo è scesa intorno al 60%, e tra i “non battezzati” non ci sono poi così tanti neonati stranieri. Viaggiando attraverso la diocesi, si incontrano parroci contenti se vedono partecipare alle celebrazioni il trenta per cento dei residenti. Le “radici cristiane” dell’Europa appaiono meno robuste che in passato. In un contesto di massima libertà, dove tutte le diversità, le appartenenze, gli orientamenti sembrano apparentemente avere uno spazio d’espressione e di rispetto, l’indifferenza sembra fare più danni ai cristiani delle persecuzioni: ne rosicchia l’appartenenza alle fondamenta. La soluzione, però, non può essere trovata, come alcuni pensano, nell’arroccarsi dietro le proprie posizioni, costruire muri, scavare trincee, affilare le armi. Non ci sembra questa, del resto, la lezione dei martiri, di ieri e di oggi. Semmai, tra le righe, sembra di leggere un invito a ritrovare slancio, a impegnarsi in direzioni nuove, recuperando la capacità di prevenire i tempi, di sperimentare, di lavorare alla ricostruzione del senso di comunità – smarrito dall’individualismo dominante – a partire da valori condivisi, da ciò che unisce, non da ciò che divide, perché, come diceva Vaclav Havel (in un contesto storico e politico completamente diverso, ma con straordinaria attualità): “L’esperienza storica ci insegna che un punto di partenza realmente significativo per l’uomo è generalmente quello che porta in sé l’elemento dell’universalità, che non è quindi accessibile solo a una comunità delimitata, in un modo o nell’altro, e impraticabile da altre ma che è, invece, capace di essere punto di partenza per chiunque, e che quindi non è solo espressione di una responsabilità dell’uomo verso sé per sé ma sempre, per sua essenza, responsabilità verso il mondo e per il mondo”. La responsabilità prima di tutto di essere credibili, di generare vita e cultura in modo fertile e contagioso: da qui parte anche la risposta a qualunque tipo di persecuzione.

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