Marcia della pace a Sotto il Monte. Appello del vescovo Francesco perché “sia davvero l’aspirazione di tutti”

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“Un abbraccio di misericordia”. È questo che parte da Sotto il Monte nella notte dell’ultimo dell’anno, per raggiungere ogni uomo e ogni donna d’Italia e del mondo. Un abbraccio come ha chiesto Papa Francesco nel Messaggio per la Giornata mondiale per la pace – “Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace –, rivolto anzitutto “a tutti coloro che fuggono dalla guerra e dalla fame o che sono costretti a lasciare le loro terre a causa di discriminazioni, persecuzioni, povertà e degrado ambientale”. Nello stesso tempo un abbraccio che vuole circondare le coscienze di tutte le persone per interpellarle con serietà: “Davvero vogliamo la pace”? O piuttosto vorremmo “starcene in pace”?

Così il vescovo di Bergamo, Francesco Beschi, ha raccolto e rilanciato il messaggio di Papa Francesco al termine della 50ª Marcia della Pace – promossa da Cei, Caritas Italiana, Pax Christi e Azione Cattolica – che quest’anno è tornata a Sotto il Monte, nei luoghi di quel grande profeta di pace che fu Giovanni XXIII e che hanno visto crescere, con timidezza e fiducia, negli anni, germogli e testimonianze di pace. Monsignor Beschi, in proposito, ha ricordato sia padre David Maria Turoldo, sia il cardinale Loris Francesco Capovilla, che nella sua lunga vita ha custodito e incessantemente riproposto il messaggio di Papa Roncalli.

E a Sotto il Monte, dopo un cammino nella tarda serata – inframmezzato da tappe di preghiera e testimonianze in particolare sul tema dei migranti – è approdata la Marcia, con la Messa conclusiva concelebrata da molti vescovi (c’era anche monsignor Luigi Bettazzi) e sacerdoti, in una tensostruttura piena di donne e uomini ben consapevoli del compito gravoso e allo stesso tempo entusiasmante di farsi “operatori di pace”. “Perché la pace – ha detto ancora il vescovo Francesco, ricordando proprio le parole di Turoldo – non è americana, come non è russa, romana, cinese; la pace vera è Cristo”, quella novità che cambia il cuore di ogni persona.

Una pace che non è irenismo, né sola tensione spirituale. Piuttosto assunzione consapevole di responsabilità, frutto delle “coniugazione” – ha spiegato il vescovo Francesco – alla prima persona singolare (“io”) e plurale (“noi”) di quei 4 verbi – la “pietre miliari per l’azione” – indicati da Papa Francesco ancora nel Messaggio per la Giornata, rivolti in particolare al tema dei migranti: accogliere, proteggere, promuovere, integrare.

Il vescovo di Bergamo ha sottolineato l’impegno delle diocesi, delle comunità in questo anno appena concluso, ma non si è sottratto a un richiamo forte verso i pericoli di una stagione nella quale il tema della pace è ancora una volta assordato dalle voci di guerra, dalla corsa al riarmo, dalla “globalizzazione dell’indifferenza”.

Davvero – ha provocato il vescovo, interpellando ogni cuore – l’aspirazione di tutti è la pace?.

Quella pace – ha poi aggiunto rivolgendosi al “popolo della Marcia” – che come ricordava Papa Giovanni XXIII rimane “solo suono di parole”, se non è fondata su quell’ordine tracciato nella “Pacem in terris”, un ordine “fondato sulla verità, costruito secondo giustizia, vivificato e integrato dalla carità e posto in atto nella libertà”.

Giustizia, carità, libertà: sono i nomi di Dio, come Pace è il nome di Dio. Dio che, una volta di più, nel Natale, assume il volto dei piccoli, dei poveri, dei migranti, dei rifugiati e di ogni persona che con consapevolezza e corresponsabilità si fa prossimo ai fratelli. Questo è il mandato che viene da Sotto il Monte e accompagna la Chiesa in un nuovo anno – ha concluso il vescovo Francesco – “di resistenza e di non rassegnazione, per tutta l’umanità”.

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  1. don Gianni Gualini on

    Anch’io c’ero alla Marcia della Pace da Calusco a Sotto il Monte lo scorso 31 dicembre/1 gennaio.
    Una manifestazione ben organizzata, partecipata da più di mille persone e con la proposta di testimonianze e di preghiere particolarmente belle e significative.
    Tra i presenti sinceramente mi sarei aspettato di vedere più giovani, soprattutto dai 18 ai 30 anni.
    Proprio quelli a cui il Sinodo si rivolge e che il cammino della nostra diocesi sta mettendo al centro della riflessione nelle nostre parrocchie e realtà ecclesiali.
    Tra una tappa e l’altra degli spostamenti, mentre ripensavo alle testimonianze ascoltate, infatti mi domandavo: se c’erano più giovani sicuramente questa cosa letta o questa testimonianza ascoltata avrebbe fatto bene in modo più efficacie a loro più che alle altre generazioni più “attempate”.
    Infatti non si fa fatica ad immaginare che la promozione, la difesa e la trasmissione della pace sarà affidata soprattutto alle loro mani.
    Ma non cadiamo nella sindrome lamentosa e inconcludente di indagare dove fossero i giovani quella sera di capodanno perché forse è facile intuirlo.
    Per ora non stanchiamoci noi adulti di marciare, di raccontare, di parlare, di dire, di coinvolgere, di praticare storie e scelte di pace che siano testimonianza credibile per le giovani generazioni. Anche questo è educazione e promozione di un mondo più fraterno e solidale che vive sul fondamento di una pace autentica e duratura.

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