Nadia, italiana e marocchina: «Sono nata a Sarnico, ma sono andata a studiare in Germania per fare pace con le mie origini»

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Mia madre si chiama El Kbira ed è figlia di Larbi, un agricoltore che ha sempre vissuto delle rendite del suo terreno e di Salha, una tessitrice di tappeti artigianali. Mio padre si fa chiamare Braim ma in realtà si chiama Abderrahmane ed è figlio di Jilali, anche lui agricoltore e Rabha, allevatrice di pecore, galline e 8 figli. I miei nonni paterni sono morti prima che io nascessi mentre con quelli materni sono in intermittente contatto.

Braim quando sbarcò in Italia si improvvisò “Addetto alla vendita ambulante di dischi” o in gergo vucumprà, ma la guardia di finanza stroncò subito la sua carriera e in ogni caso realizzò che la vita da città non faceva per lui che arrivava dalla campagna. Cosi, dal 1987 lavora come operaio a Villongo.

El Kbira invece arrivò più tardi per “ricongiungimento familiare”, quella parola così difficile da pronunciare che in realtà vuol dire espatriare per prendersi cura della casa, del proprio marito e figli. Mi chiamo Nadia e sono la figlia maggiore di El Kbira e Braim. Sono nata in Italia, a Sarnico.
Cosi come mia sorella Samira e mio fratello Azddine. Entrambi più piccoli. Sono figlia del Lago d’Iseo e dei colli di San Fermo dove ho trascorso felicemente la mia infanzia, frequentando prima l’asilo a Viadanica e poi le scuole elementari e medie a Villongo. A 14 anni mi sono iscritta alle scuole superiori a Sarnico al corso ERICA dove ho scoperto l’amore per le lingue e la passione per la matematica e l’arte, entrambe altre forme di linguaggio. A 18 anni mi sono iscritta all’Università di Bergamo, un po’ per comodità un po’ per le precarie condizioni economiche al corso di Commercio Estero e Mercati Finanziari nella Facoltà di Economia. A 19 anni Bergamo non mi era più comoda, mi sentivo come incastrata in un vestito ormai troppo stretto. Non capivo cosa stesse succedendo, litigavo con me stessa e poi con gli altri. Crescevano la rabbia repressa e il caos mentale.
Poi a 19 anni ho aperto gli occhi e mi sono ritrovata a Treviri, una città in origine romana in Germania e nel cuore dell’Europa a vivere il mio primo Erasmus. La mia prima esperienza all’estero, sola. Lì ho scoperto la gioia della scoperta, la voglia di imparare e viaggiare per cercare la bellezza del mondo attraverso gli occhi e le parole delle persone. Solo in quel momento ho capito che la mia diversità o l’essere cresciuta lontana dalle mie origini non potevano essere considerati motivo di discriminazione. A 20 anni ero di nuovo in Italia dove oltre alla mia famiglia e i miei amici, c’era quel senso di non appartenenza a darmi il benvenuto. Come se l’avessi lasciato per tutti quei mesi sotto al mio cuscino in attesa del mio ritorno. A 21 anni mi sono ritrovata per puro caso nuovamente in Erasmus, a Berlino. Dio solo sa quanto ho amato questa città. Per quanto fredda il suo spirito frizzante, dinamico, giovane è capace di scaldare anche le anime più spente. Berlino è la mia città. Ieri era divisa da un muro, simbolo di una guerra fredda e un conflitto d’identità, oggi non ha ancora dimenticato la sua storia e lo si nota camminando per la città. Il muro di Berlino esiste ancora, ma è una galleria d’arte che ospita le opere di writers che inneggiano alla pace. Così anch’io che ieri mi ero costruita muri in passato per placare i miei conflitti interiori oggi sto cercando di distruggerli pian piano e conciliare le mie due culture e persone.

Lo scorso ottobre mi sono laureata con una tesi in statistica sul fenomeno della mobilità studentesca con particolare attenzione al programma Erasmus. Ora sono di nuovo a Berlino impegnata in un tirocinio in marketing mentre frequento un corso di arabo. Tra meno di un mese compirò 22 anni e ancora non so cosa voglio fare da grande. L’idea di specializzarmi in un singolo campo mi suona riduttiva e voglio prendere tempo per capire in che cosa riesco meglio. Essere giovane è bello perché si hanno più scelte e non sia hanno grandi vincoli, ma a volte sono così tante le opzioni che si rischia di affogare in un bicchiere d’acqua. Essere giovani non è sempre facile, specie se si vive in un luogo scarso di opportunità con mercato del lavoro avido di figure super preparate, capaci, con esperienza e flessibili già dalla nascita come fossero robot non è per niente stimolante.

Giovane, donna, musulmana, nata in Italia e di origine marocchina. Sembra quasi una condanna terrena, una fedina sporca di cui non potrò mai liberarmi. Forse non sarò mai abbastanza per gli altri ma mi basto per me stessa, soprattutto ora che ho accettato chi sono. Ogni giorno è una sfida, uno conflitto tra me e le mie identità, la società in cui vivo che mette da parte le promesse del domani, i miei genitori che provengono da un mondo diverso e che faticano ad accettare come mi vesto, con chi esco e come alle volte mi trucco. Conflitti inevitabili ma che reputo sani perché portano alla nascita di qualcosa di più bello o forte e non alla distruzione. Cosi come quando due zolle si scontrano danno inizio all’orogenesi delle montagne. Non voglio rinunciare ai miei ideali o ai miei valori. Non voglio avere rimpianti per non aver rischiato di costruire la mia persona o di mantenere la mia diversità, la mia più grande qualità. L’unico mio rammarico è il non essermi sentita all’altezza e aver preso qualche scelta di comodo in passato perché ancora immatura e senza il giusto supporto. Mi piacerebbe che chi dopo di me non commetta il mio stesso errore.

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