Sciare per rompere il silenzio. Alla Scuola di Colere tutti possono imparare: la disabilità non è un problema

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«Quando un ragazzo ‘normodotato’ va a sciare, non gli si chiede se la sua vita dopo è cambiata. La tecnica sciistica che insegniamo è la solita, è solo la didattica che cambia»: Claudia Ferrari, maestra di sci alpino della scuola Sci Colere Polzone, è specializzata in insegnamento a persone con disabilità. La scuola è nata negli anni ’80 e per molti anni in Bergamasca è stata pioniera su queste tematiche: «Tutto è partito dalla nascita del mio secondogenito, Nicolò, che ha la sindrome di Algelman – racconta Claudia -. Per me e mio marito Martino Belinghieri (direttore della scuola di sci, istruttore nazionale, allenatore, anche lui specializzato nell’insegnamento a persone con disabilità, sci alpino e discesa, ndr) è stato spontaneo pensare di trovare qualcosa per lui nel nostro ambiente. Mio marito aveva già allenato Angelo Zanotti, atleta non vedente di Gorno, ma era stata un’esperienza isolata. Dopo la nascita di Nicolò abbiamo cominciato ad occuparcene ad un livello più coordinato, promuovendo questa specializzazione». E da allora, di passi in avanti se ne sono fatti parecchi e la Lombardia può contare su 150 maestri di sci con questa marcia in più: «Per molti anni ero l’unica maestra sulla neve di questo tipo, ora invece ce ne sono parecchi. Inoltre grazie a personaggi di spicco come Alex Zanardi e Bebe Vio, si sta diffondendo la cultura dello sport per persone con disabilità, e ciò è positivo». Claudia parla di integrazione, che avviene quando lo sport riesce ad essere davvero alla portata di chiunque: «È importante che tutti possano partecipare: ad esempio, quando ci chiamano per la settimana bianca scolastica facciamo presente della nostra specializzazione: di solito i ragazzi con disabilità non venivano portati. La vera integrazione parte da qui». Le lezioni ai ragazzi e agli adulti sono come quelle per le persone “normodotate”: «Dal punto di vista tecnico dipende dal tipo di disabilità che la persona ha: in alcuni casi si utilizzano delle attrezzature speciali, come i monosci per i paraplegici, i bastoncini con gli sci per gli amputati alle gambe, un richiamo vocale continuo per i non vedenti, ma nella maggior parte dei casi si tratta di una didattica particolare. Nei corsi – Claudia da 15 anni coordina quelli di specializzazione per insegnamento a persone con disabilità per maestri di sci a livello regionale – si insegna ad esempio come fare ad approcciarsi a una persona che non parla. La tecnica sciistica è quella normale, poi ci possono essere degli adattamenti. Io mi occupo soprattutto di persone con disabilità intellettiva. Rispetto alla lezione tradizionale vi è maggiore attenzione al momento dell’accoglienza e all’accessibilità dei luoghi, e le tempistiche non sono rigide, si allungano un po’. Se le lezioni si protraggono, nel caso dei bambini, spesso si creano sinergie con l’insegnante di sostegno della scuola o lo psicologo, per trovare insieme strategie di comunicazione». La pazienza, la passione e la natura della montagna fanno il resto: «I ragazzi si divertono molto – conclude Claudia -: è un’esperienza molto positiva sia per loro che per la loro famiglia. E quest’ultima impara che si può continuare ad andare in montagna, la disabilità non diventa un impedimento». Ogni tanto tra le persone che frequentano la loro scuola emerge anche qualche atleta: tra gli altri, Davide Bendotti e Gabriele Rondi. «Per una persona con disabilità è tutto un superare delle difficoltà, non esiste l’oggi non riesco – continua Martino Belinghieri, marito di Claudia e direttore della scuola di Sci Colere Polzone, che segue per lo più persone con disabilità fisiche -: si prova sempre e si trovano degli adattamenti. Spesso le famiglie pensano che sciare sia pericoloso: troppa gente, bisogna prendere la seggiovia e via dicendo, invece è proprio questo il bello: poter fare le stesse cose. Non c’è una pista riservata alle persone con disabilità, vivono la stessa realtà di una persona normodotata. E in questi anni abbiamo imparato dai nostri allievi più che da qualsiasi altra esperienza: ci hanno costretto a migliorare le nostre competenze, insegnato ad accettare le sfide, ripagato con grandi soddisfazioni».

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