Verso le elezioni. La paura dell’Altro, la politica in bilico fra tribù e mondo globalizzato

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Donald Trump al recente Forum di Davos, in Svizzera

“L’ira come motore della politica”, così Peter Sloterdijk, il controverso filosofo tedesco. Solo che alle basi dell’ira, della rabbia, dello sdegno sta raramente un afflato etico, che si sente tradito. Sta la paura. È un’emozione biologica primaria, che nasce sul crinale tra la vita e la morte. La vita minacciata nella sua essenza/esistenza secerne paura. È sempre paura dell’altro, della minaccia che viene da fuori. La si può condividere: in tal caso diviene paura di un gruppo, di una tribù, di una nazione minacciati da altri gruppi, tribù, nazioni.

Thomas Hobbes ha spiegato, per tempo, che la paura sta alla base dello Stato pacificatore del “bellum omnium contra omnes”. Ma è una pacificazione fragile, perché al livello degli Stati “la guerra di tutti” si ripropone, più feroce e distruttiva. Così, il ‘900 è passato, nel giro di trent’anni, attraverso il cerchio di fuoco di due guerre globali. L’essenza di questa paura, tutta occidentale, nasce dalla percezione dell’impraticabilità e dall’impotenza del governo del mondo, consegnato a conflitti incontrollabili e imprevedibili. Abbiamo paura che il mondo ci rovini addosso! Perciò, nello “spirito del tempo” di questo terzo millennio si è insinuato di nuovo il fumo della paura.

La paura di non avere più un futuro e la minaccia dell’Altro

Paura di che? La fenomenologia delle paure è molto vasta, è diversa per ogni generazione, ma esiste un punto focale di convergenza: è la paura di non avere più un futuro. Con ciò cade la speranza. La caduta del futuro ci riconsegna alle reazioni primarie di paura/fuga. La paura dell’Altro è la prima conseguenza sociale della caduta del futuro/speranza dal nostro orizzonte.

Non rivolgiamo più lo sguardo fuori di noi, se non a difesa. L’Altro è divenuto un pericolo; la socialità si riduce a quella del clan, del gruppo, della piccola patria. No, la paura non è solo un’ombra interiore individuale, è un’oscurità pubblica, é lo spirito pubblico oggi. Essa ci riconsegna alle nostre solitudini, che stanno sempre in agguato dietro forme di socialità rumorosa e apparentemente onnipervasiva.

Che questi dati antropologici emergano nella coscienza pubblica sotto forma di elaborazione politica e di forza politica è inevitabile e persino positivo, ai fini della tenuta democratica di una società. Le paure profonde individuali si agglutinano in paure di massa e possono sfociare improvvisamente nei progrom. Costruire una politica sull’odio è possibile, proprio perché la paura e l’odio non sono un’invenzione elettorale contingente, sono una componente sociale rilevante. Se vengono a galla, viceversa, rappresentano una sfida visibile e aperta per tutti. Attraverso la politica dell’odio, la società reale si rivela a se stessa, si fa un selfie. Poco consolatorio, ma realistico. Oportet ut scandala eveniant: l’odio e la violenza sono lo scandalo antropologico costante delle civiltà.

La globalizzazione e l’urgenza di un sistema politico mondiale

Come ne usciamo? Nel tempo della globalizzazione appare chiaro uno scarto: le frontiere economiche, sociali, culturali, antropologiche sono saltate, quelle degli stati-nazione, della politica, dei partiti sono rimaste in piedi. Già il Rapporto del Gruppo di Lisbona del 1994, fondato da Riccardo Petrella, segnalava la nascita di una società civile mondiale, mentre gli Stati e le politiche restavano nazionali e locali. Tra alti e bassi, avanzate e ritirate, la globalizzazione è divenuta irreversibile. E con ciò, per la prima volta nella storia, l’umanità è obbligata ad acquisire una coscienza planetaria, cioè la consapevolezza di un destino comune. E ciò non per via filosofica, ma attraverso i commerci, le comunicazioni, i viaggi. Le profezie e le visioni di Teilhard de Chardin si sono realizzate. Il primo imperativo, che la storia stessa propone oggi, è quello della costruzione di un sistema politico mondiale, che arrivi all’altezza della società civile mondiale. Obiettivo gigantesco, ma ben piantato al primo punto dell’agenda del mondo. Per la coscienza individuale, ciò implica farsi responsabili del mondo intero.

Gli scenari demografici ci dicono che, al 2050, gli abitanti del pianeta saranno 10 miliardi; che l’Africa passerà da 1 a 2 miliardi. Che l’Europa continua a perdere popolazione, a causa dell’inverno demografico. Che l’Italia scenderà a 38 milioni di abitanti nel giro dei quarant’anni prossimi. La rete politica degli Stati nazionali è destinata ad essere lacerata – sta già accadendo – in più punti. I conflitti tendono ad aggravarsi su molti scacchieri mondiali. I mutamenti climatici producono movimenti di popolazioni quali, peraltro, sono sempre accaduti nella storia umana, dal Paleolitico in avanti.

Potrà l’umanità sopravvivere a questi sconvolgimenti, che tendono naturalmente alla guerra, senza che ciascuno si ponga personalmente il problema della costruzione del governo mondiale? Si è sviluppata in questi anni una reazione identitaria, che denuncia l’attenzione al problema del governo mondiale come un cedimento al cosmopolitismo illuministico o al mondialismo cattolico o persino al liberismo estremo, perché, infine, essi metterebbero al centro il paradigma dell’individuo astratto, sradicato dalla sua comunità, dal suo territorio, dalla sua cultura. Se ciascuno stesse solidamente radicato nelle propria comunità nazionale, il conflitto perderebbe ragione di accendersi. Così Trump a Davos. Ma astratta e irrealistica è proprio questa visione, che non fa i conti con l’interdipendenza, cui è oggi pervenuta la storia dell’umanità, e con “la natura” umana, fondata sulle stesse evidenze elementari, sotto ogni cielo. Astratta è la tribù, non la persona umana.

Si tratta, pertanto, di incominciare a costruire unità statali sovrannazionali e continentali, quale primo passaggio verso un governo mondiale. Per noi qui, in questa parte del mondo, lo snodo essenziale è la costruzione dell’Europa e, conseguentemente, il ruolo del nostro Paese in questo processo. Il tema non è filosofico, è immediatamente politico: è il terreno delle scelte elettorali prossime.

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