Apparecchiare la tavola: una palestra di educazione civica. Così tra le pareti della cucina si impara “il bene comune”

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“Sentinella, quanto resta della notte?” Ammantato di mistero, questo verso biblico descrive la spasmodica attesa del sorgere del sole scrutando l’orizzonte dalle feritoie al cambio della guardia, ma evoca anche la speranza di vedere la luce dopo un periodo di buio e fatica. In un contesto meno drammatico ma non meno intenso si collocano i famigerati turni in una famiglia numerosa. Talvolta le pareti della cucina sembrano non bastare per l’affissione di tabelle in sempre nuove fogge e colori, quasi a mostrare plasticamente il dibattito e le battaglie più o meno pacifiche sottese ai nomi indicati. Inutile sognare alchimie improbabili, la matematica è implacabile e dà sempre lo stesso risultato: ciascuno dei figli avrà sempre un turno di riposo e gli capiterà d’esser designato sempre lo stesso numero di volte…, eppure, chi corre a leggere sgomitando per controllare “sul foglio appeso”, nutre sempre l’impossibile auspicio che qualcosa volga a suo favore, che la memoria lo inganni o che, forse, per qualche strana congiuntura astrale, gli altri si dimentichino di richiamarlo al suo inesorabile dovere. Vi sono mansioni a cui tutti sono chiamati più o meno in ugual misura, come mettere nel lavello la propria tazza dopo colazione o dare al proprio letto una parvenza (almeno una parvenza!) di nuova vita dopo l’uso notturno. La trapunta del piumino può coprire tanti vestiti e oggetti lasciati in giro, così come l’amore copre molti peccati. Ogni minore che gira per casa, credo ad ogni latitudine, almeno del mondo occidentale, ha dei doveri di convivenza domestica che conosce tanto quanto tende a non assolvere. Ci sono frasi come “lava le mani che è pronto”, “metti a posto”, “fai la cartella per domani” che potrebbero scorrere a loop in ogni occasione necessaria per far risparmiare voce a chi si occupa di far funzionare una casa, o meglio a far camminare una famiglia. Poi, fatta salva la silenziosa copertura universale materna che, con muliebre pazienza, colma tutte le defezioni della forza lavoro proletaria, ci sono i famigerati turni di apparecchio/sparecchio della tavola delle cene quotidiane e poi nei fine settimana. Anche i più ligi e ossequiosi dei figli sperimentano in questi primordiali doveri la fatica che comporta fare la propria parte per un bene comune, senza apparentemente alcun immediato vantaggio personale, ma solo la consapevolezza che rispettare il turno permette di pretendere che lo facciano anche gli altri. Preparare la tavola è una piccola, grande palestra di educazione civica. Se tocca a te devi farlo, anche solo per prendere il ritmo che rende l’impegno più lieve attraverso la parte sana di ogni buona abitudine. Questa, allora, come le principali corvèe diventa un’occasione preziosa per crescere, per maturare dentro di noi, piatto dopo piatto e posata dopo posata, quel gusto per il lavoro ben fatto e quel piccolo ma vitale senso del dovere che ci differenzia dagli animali e che per paradosso ci rende liberi proprio quando siamo impegnati.

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