E se facessimo il digiuno digitale? In Quaresima più tempo per rivalutare le relazioni “vere”

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E se facessimo il digiuno digitale? Qualche prete ha già lanciato questo genere di provocazione, motivata con la volontà di “vivere la Quaresima come un tempo per rivalutare la relazione vera, fatta di persone che si guardano negli occhi e si parlano”.
 E’ capitato perfino (in Trentino) che qualche gruppo di studenti delle scuole superiori all’inizio della Quaresima, d’intesa con il loro insegnante di religione, abbia consegnato i cellulari al dirigente scolastico per sperimentare quaranta giorni di “astinenza”.
Non è affatto semplice: basta restare senza connessione dati per qualche ora a causa di un guasto o di un disservizio temporaneo per sentirsi subito “fuori dal mondo”.
Va in controtendenza la proposta di usare lo smartphone per la preghiera, fatta quest’anno nella nostra diocesi dall’Ufficio pastorale dell’età evolutiva nel sussidio dedicato ai preadolescenti: per i piccoli, però, forse il digiuno è ancora un’esperienza aliena, mentre l’uso alternativo del cellulare – al di fuori di chat e videogame – apre davvero un nuovo orizzonte. Nulla vieta comunque di sperimentare, in contemporanea, magari a piccole dosi, entrambe queste pratiche.
Secondo un recente studio americano in media guardiamo lo smartphone 150 volte al giorno: gli avvisi dei messaggi, i like, le chat, la tensione generata dall’attesa delle notifiche creano addirittura una specie di dipendenza, come avvisa Tristan Harris, filosofo, ex consulente di Google. E’ nato perfino un movimento, che si chiama “Time well spent” (Il tempo speso bene), per sensibilizzare verso il problema del “tecnostress”. Secondo neurologi e neuroscienziati, infatti, mantenersi attivi su diversi fronti digitali in contemporanea (quante app manteniamo aperte nello stesso momento, saltando da una all’altra?), nel lungo periodo può portare a un esaurimento delle funzioni cerebrali. I tempi di ripresa della concentrazione sono più lunghi di quanto si possa immaginare: pare ci vogliano circa 25 minuti per tornare “in efficienza” dopo ogni interruzione. E’ un problema che i professionisti del web conoscono bene: la dispersione sistematica e l’iperconnessione, se trascurati, provocano sovraccarico e un’invincibile sensazione di stanchezza mentale, come se il cervello, iperstimolato, non fosse più in grado di trattenere e rielaborare le informazioni, né di metterle in ordine. La “distrazione” si allarga in modo naturale dall’area professionale a quella personale: è facile perdere il senso del contatto “faccia a faccia”, degli scambi verbali, guardare – inconsapevolmente – più i messaggi delle persone che si hanno vicino “in carne ed ossa”. Ecco perché il digiuno digitale (anche soltanto di mezz’ora, un’ora al giorno) può essere anche più di una provocazione, una proposta seria: come l’astensione dal cibo – con un’intenzione molto diversa da una qualunque “dieta” – , può diventare infatti un’esperienza spirituale, un gesto di penitenza, un modo per fare spazio al silenzio, alla riflessione, alla preghiera. Come diceva Sant’Agostino “Il digiuno purifica l’anima, solleva la mente. Ti fa tornare nuovamente in te stesso”.

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