I preti sociali a Bergamo nella prima metà del Novecento: quel legame forte con la politica, la gente, le lotte dei lavoratori

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L’individuazione del filone dei preti sociali nella diocesi di Bergamo è un’acquisizione storica molto recente e il libro di Barbara Curtarelli, presentato la scorsa settimana, offre un valido contributo per conoscere un mondo poco studiato, nonostante il ruolo fondamentale svolto nella Chiesa di Bergamo nella prima metà del Novecento. Il loro retroterra culturale muove dalla «Rerum Novarum», incontra a cavallo ‘800-‘900 i numerosi Circoli della Democrazia cristiana di don Romolo Murri (organizzazione border line perché sospettata di modernismo sociale) e dal 1919 il Partito popolare di Sturzo che ancora nel ’24 raccoglie a Bergamo adesioni significative. Un sodalizio irriducibilmente Popolare e che rappresenta l’ala sinistra del Movimento cattolico, sovente in battagliera dialettica con la moderata Giunta diocesana, mentre Nicolò Rezzara rappresenta il corpaccione centrale. Nomi prestigiosi, difesi con prudente discrezione dai vescovi dell’epoca, specie da Giacomo Maria Radini Tedeschi, che tuttavia in più occasioni sarà costretto a frenarli e a disciplinarli. Citiamo, fra gli altri: Donato Baronchelli parroco a Sant’Alessandro della Croce e il suo vice Francesco Vistalli, Francesco Garbelli parroco di Santa Caterina, Agostino Musitelli alle Grazie.
Il punto irrisolto di frizione è rappresentato dalla centrale sindacale dell’Ufficio del lavoro, il cuore dell’azione sociale della diocesi. Voluto dal vescovo Radini, inizia una decisa azione sindacale con una cinquantina di scioperi che precedono quello celebre di Ranica del 1909. La mediazione di Rezzara è ritenuta arrendevole dai preti sociali e l’Ufficio del lavoro diventa il crocevia delle inquietudini della sinistra cattolica che si contrappone ai moderati, una cui componente scivolerà poi verso la deriva del clerico-fascismo. Nell’immediato dopoguerra i preti sociali confluiscono nel Partito Popolare di don Sturzo con altre giovani reclute come don  Eugenio Noradino Torricella segretario del Ppi per un anno e mezzo, Agostino Vismara alla guida dell’Opera Bonomelli poi soppressa dal regime fascista,  Virgilio Teani picchiato dai fascisti a Romano nel ’23, Franco Carminati curato a Grumello e direttore dell’Ufficio del Lavoro dal 1914 al 1920, per citare i più in vista. Del gruppo fanno parte anche due direttori de «L’Eco»: don Bepo Vavassori, il fondatore del Patronato, e don Pier Mauro Valoti. La lotta sociale si fa più aspra. Lo si vede bene con i contratti stipulati da don Carminati per i lavoratori dei bottonifici della Val Calepio, nelle battaglie per sostituire la mezzadria con il contratto d’affitto, una soluzione che avrebbe terremotato l’assetto sociale e produttivo delle campagne bergamasche. Il trauma si ha con la diaspora da sinistra del migliolino Romano Cocchi, che fonda un sindacato alternativo in polemica con gli stessi preti sociali. Don Angelo Roncalli segue da Roma queste vicende con sguardo preoccupato: nelle lettere del ‘24 ai familiari riafferma la propria identità sturziana e antifascista, ma indirizzerà qualche rilievo critico al radicalismo di alcuni sacerdoti. Quando il fascismo perviene al potere, il corposo gruppo di preti popolari viene disperso e costretto alla clandestinità. Rimane un luogo di convegno con i «giovedì di don Vismara», gli incontri a casa del sacerdote dove, fra un caffè e una partita a carte, si discuteva di politica. Interveniva anche Ernesto Rossi, illustre antifascista e tra i fondatori del Partito d’azione, che in incognito insegnava al «Vittorio Emanuele». L’intellettuale fiorentino sarà arrestato a Bergamo nell’ottobre del ‘30, condannato dal tribunale di Roma a 20 anni e inviato al confino a Ventotene con Altiero Spinelli e sarà fra gli ispiratori del Manifesto europeista. Dopo l’8 settembre del 1943 e l’occupazione nazista una trentina di questi sacerdoti ex popolari è pronta ad appoggiare le iniziative resistenziali unendo ai contenuti religiosi ispiratori di una rivolta morale contro i soprusi del nazifascismo, le motivazioni politiche maturate nel periodo della loro adesione al partito di don Sturzo, sulle quali si costruì il fondamento ideologico della Democrazia Cristiana, il partito centrale della Prima Repubblica. La loro singolarità si ricava dal confronto con gli altri 140 sacerdoti che in vario modo collaborarono con la Resistenza. L’autrice, Barbara Curtarelli, sottolinea l’assenza in questi ultimi di specifiche motivazioni politiche, spiegabile con l’educazione avuta nel Ventennio fascista. Essi giustificarono il loro impegno patriottico per una prevalente ispirazione religiosa, riassunta nella frase che dà il titolo al libro: «Ho fatto il prete». La grave emergenza, lo spirito cristiano, lo zelo pastorale e le motivazioni politiche a vario titolo permisero la costituzione di un significativo gruppo di sacerdoti che appoggiarono il movimento resistenziale bergamasco con il risultato di rinsaldare il forte legame tradizionale tra il clero e la popolazione, incrinato dai compromessi tra Chiesa e Regime, anche se a Bergamo il clero convintamente fascista fu una piccola minoranza.

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