Non interessa tanto come sarà la Chiesa fra cent’anni, ma che cosa deve fare adesso

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Cappella uovo – Con la semplicità del legno e senza altare o altri elementi decorativi, questa cappella è stata progettata dallo studio di architettura K2S a Helsinki

Ho letto con interesse la tua risposta della settimana scorsa. Ma, per me, il problema non è cosa fare tra cent’anni, ma cosa fare adesso. La Chiesa sta “dimagrendo”. Bisogna sapersi adattare. Ma, secondo te, la Chiesa si sta adattando? A me sembra di no. Ginetta

Possiamo “solo vivere” oggi, cara Ginetta, e vivere da protagonisti, affrontando, con responsabilità e semplicità, le sfide che la vita ci pone dinanzi, per trovare risposte appropriate secondo il Vangelo. Il futuro non ci appartiene ancora, ma possiamo “rimboccarci le maniche” per costruirlo affidandolo alla straordinaria vitalità del granello di senapa, che, nella sua piccolezza e debolezza, sa germogliare oltre ogni misura e oltre ogni nostra aspettativa.

Il “piccolo numero”

Oggi, in gioco vi sono la qualità e la fecondità del “piccolo numero”, in grado, per misericordia e grazia, di germogliare nel campo del mondo e renderlo migliore.

La Chiesa e ogni battezzato sono chiamati a riscoprire e a riappropriarsi del proprio essere “sale e lievito”, (di sale ne basta poco per dare sapore!) prendendo maggiore consapevolezza della propria vocazione alla piccolezza, alla minorità e alla autenticità, così da trasformare il mondo dal di dentro, dando concretezza storica all’Amore del Padre.

Talvolta  le nostre comunità, con le loro fragilità e contraddizioni, pesantezze e ritardi, sanno mettersi in ascolto dei bisogni e delle urgenze dei nostri giorni, cercando, con audacia, risposte significative, anche se contro corrente. È allora che dimostrano di avere compreso l’invito di papa Francesco ad essere Chiese in uscita verso le periferie esistenziali più lontane e difficili della grande famiglia umana, a cominciare da quelle in cui viviamo.

Lo sforzo e l’impegno dell’intera comunità cristiana nell’accogliere le istanze dell’uomo contemporaneo costituiscono il segno più bello della fecondità dello Spirito Santo che, proprio nonostante noi, non cessa di immergere la Chiesa nelle zolle di questa nostra terra, per far giungere ovunque la Buona Notizia del Vangelo.

Siamo vasi di creta

La condizione perché questo si realizzi, tuttavia, è la presa di coscienza del nostro essere vaso di creta, nel quale è deposto il tesoro preziosissimo dell’Amore del Padre. Solo accettando la nostra condizione di debolezza, di fragilità, di incongruenza e di incompiutezza che ci caratterizza possiamo divenire strumenti di bene in molteplici ambiti della società e sperimentare in noi e nelle complesse situazioni in cui viviamo, la potenza salvifica della Pasqua.

Anche se difficile e impegnativa, “la partita è, allora, tutta da giocare” con fede, passione, creatività, coraggio e tanta audacia: come le prime comunità cristiane, anche noi siamo già segni profetici di “quell’oltre” che dà senso e orientamento all’esistenza e alla storia!

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