Olimpiadi invernali in Corea: si parte. Tre settimane di tregua, sorrisi e sport

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Le Olimpiadi coreane di Pyeongchang verranno ricordate sicuramente per un evento extrasportivo ma – proprio per questo – intimamente legato al concetto originario di Olimpiade, quella greca: l’unione delle due Coree e le strette di mano (un po’ meno convinte, ma vediamo il bicchiere mezzo pieno) tra il vice-presidente degli Stati Uniti e il capo delegazione di Pyeongchang Kim-Yong-nam. Tre settimane di pace, di tregua, di sorrisi e di voglia di godersi lo sport senza le sovrastrutture politiche e così le Olimpiadi invernali 2018 hanno già fatto centro. Basterebbe per metterle in archivio con soddisfazione, ma il bello viene adesso e chissà cosa potranno ancora riservarci le gare da qui al 25 febbraio. Una seconda nota a favore, decisamente a favore, ce la siamo già segnata ed è quella relativa alla cerimonia d’apertura che si è svolta alle 12 italiane. Perfettamente riuscita e non poteva essere altrimenti coi colori, le metafore, le allegorie, le maschere, le scenografie, l’ordine, la compostezza e il rigore di cui solo da quelle parti sono capaci. Promossi a pieni voti anche per essere riusciti a legare e amalgamare in modo ineccepibile tradizioni e futuro. Ecco, il futuro visto sotto un’altra accezione ci porta ora alla nota negativa. Le immagini del paesaggio invernale coreano proiettate durante la cerimonia di apertura e quelle che abbiamo avuto modo di vedere in questi giorni tutto ci fanno pensare tranne che ad un’Olimpiade invernale. Boschi (?) spogli, piste da sci che sembrano autostrade artificiali, poche montagne, pochi scorci d’alta quota. Solo un gran freddo a dire che da quelle parti si possono fare sport invernali. Le Alpi, le Dolomiti, i Pirenei insomma sono ben altra cosa e questo aspetto mancherà assai a chi ama la montagna, le sue bellezze, le sue caratteristiche e le emozioni che trasmette. Certo, una vittoria sarà pur sempre una vittoria olimpica, ma sappiamo già per certo che alla fine dei discorsi di celebrazione del tale campione, guardando fotografie e filmati, diremo: però questa non è montagna.
L’impressione che si è avuta vedendo alcune immagini trasmesse all’inizio della cerimonia, belle per poetica delle scene che hanno visto protagonisti 5 bambini e tecnica di ripresa, era quella di essere dentro ad un videogioco o ad un moderno cartone animato. Una pecca, pure grossa. Ma del resto lo sport degli ultimissimi tempi impone di andare a cercare di “colonizzare” anche terre lontane con poca tradizione in quel settore anche – o soprattutto – perché sono un bel salvadanaio per le istituzioni e le federazioni. Dovremmo cercare di non farci caso, ma se pensiamo che i prossimi Giochi invernali saranno a Pechino viene da mettersi le mani nei capelli. Un po’ come quando vediamo i presidenti di Inter e Milan nel calcio con gli occhi a mandorla. Detto questo, la sfilata delle nazioni all’interno del pentagonale stadio olimpico è stata come sempre emozionante perché ha permesso agli spettatori di fare il giro del mondo in un’ora d’orologio. La capacità dell’Olimpiade di rappresentare al meglio culture, tradizioni, usi, costumi, abitudini è inarrivabile.
Il portabandiera di Tonga ha sfilato a torso nudo; i rappresentanti delle Bermuda… lo hanno fatto in Bermuda; le portabandiera dei Paesi islamici hanno sfilato in lacrime pensando a diritti conquistati negli ultimi anni; gli Americani sono stati come al solito spavaldi e televisivamente impeccabili; gli svizzeri composti; i nordici con poche smorfie; i tedeschi in massa, maestosi (ma vestiti pessimamente). E poi, gli italiani. Tanti, elegantissimi, sorridenti, belli, scomposti, confusionari, applauditissimi. Per noi sarà l’Olimpiade delle donne, il presidente del Coni Malagò l’ha già detto, ed è verissimo basta considerare che la portabandiera è stata la pattinatrice Arianna Fontana.
E se pensiamo che le due donne di punta sono bergamasche – Sofia Goggia e Michela Moioli – l’orgoglio orobico sale alle stelle come mai successo prima. Condottiere di una spedizione sottovalutata ma che, ci auguriamo, possa splendere d’oro, argento e bronzo giorno dopo giorno. Alè!

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