Pamela, l’uomo nero e gli stereotipi sempre di moda: “è normale usare una donna sfruttando la sua debolezza”

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C’è una cosa che stanno colpevolmente tacendo in troppi sulla tragica storia di Pamela Mastropietro. Una cosa che ritorna anche nella fin troppo simile vicenda di Jessica Faoro. Una cosa che non riguarda loro né la loro giovane vita spezzata, ma riguarda tutti noi: noi che scriviamo, noi cittadini che leggiamo e ci scaldiamo sui social network, noi italiani sotto elezioni che ci scordiamo l’umanità nei ripostigli dell’anima mentre giochiamo a chi grida più forte. Troppo spesso sulla pelle delle vittime.
Ciò che si sta tacendo è che qualcuno avrebbe potuto salvare Pamela, e non l’ha fatto. Che quel qualcuno era un uomo di mezza età italianissimo, in tutto e per tutto simile a nostro zio o a un nostro amico di famiglia. Ciò che non si grida abbastanza forte è che quell’uomo che avrebbe potuto essere suo padre si è comportato tale e quale ai pusher che fanno soldi sulla fragilità altrui, tale e quale a chi l’ha fatta a pezzi, tale e quale a chi l’ha ammazzata.
Troppi distinguo si leggono su Facebook, tra i commenti a questa scabrosa vicenda. Troppe condanne a targhe alterne, perché quando si sospettava esclusivamente di Innocent Oseghale lo sdegno era unanime e così anche la (presunta) pietà per la ragazza. Non appena però è comparso il terzo attore – e quell’attore è risultato troppo normale, troppo simile a noi – allora i toni sono cambiati: sono iniziate le insinuazioni, i commenti a mezza voce sulle “ragazze drogate che da che mondo e mondo la danno in cambio di roba”, i distinguo. Perché, ho scoperto leggendo certi commenti, non si può paragonare uno che fa a pezzi una ragazza con uno che se la porta a letto: il primo è l’uomo nero, il condensato selvaggio di tutte le paure di questa società ombelicale e borghesemente arroccata, l’altro invece è “solo” un uomo normale, uno magari un po’ “viscido” ma sotto sotto niente di che, soprattutto è uno che ora vive nel rammarico di ciò che è accaduto alla giovane. E, cosa più importante, sono proprio i giornali a raccontarcelo così, con interviste che sottolineano il suo tormento e il suo strazio. Non ce lo raccontano come un viscido rattuso che si è approfittato della debolezza e della fragilità di una giovane vita spezzata, non ce lo mostrano come lo schifoso che è: no, lui è quello che “poverino, avrebbe potuto salvarla e ora vivrà nel rimorso”. Perché non ce lo raccontano così? Forse perché non è abbastanza “elettorale”, come ritratto? O forse perché striscia sempre l’insinuazione che non abbia sotto sotto fatto poi nulla di così grave?
È agghiacciante rendersi conto che ciò che fa ad una donna un uomo bianco, italiano, senza svastiche né simpatie estreme, perfino banale nella sua normalità è sempre ritenuto in qualche modo legittimo, poco importante, quasi innocuo o persino dovuto. E questo – fa male ammetterlo – è assolutamente trasversale: succede nei bar di paese come nelle colonne di giornali a tiratura nazionale.
Una giovane donna oggi – una Pamela o una Jessica qualsiasi – può interiorizzare suo malgrado soltanto una cosa: che è “normale” che qualcuno usi il suo corpo sfruttando la sua debolezza, che sarà difesa soltanto se a violarla sarà un “uomo nero”, che lo sdegno verso una violenza ci sarà soltanto in nome del suo essere “terreno di conquista” brutale, e se questa conquista avviene ad opera del maschio alfa bianco allora no problem. Perché è “normale”, appunto.
Da donna e cittadina, è forse questo che mi fa maggiormente paura. Non tanto e non solo la violenza brutale, ma soprattutto la violenza subdola e strisciante che si sente sempre più legittimata a germinare, a crescere, a manifestarsi come normalità.

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