«Su le mani»: Fiorello è il re della prima serata di Sanremo. Un Festival della memoria

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Con l’invito rivolto al pubblico “Su le mani” è Fiorello ad aprire la prima serata del Festival di Sanremo, giunto alla 68a edizione. Eccitando la platea a suon di battute sulla Rai, sulla politica vigente e sul menefreghismo adolescenziale, lo showman conclude il suo spassoso ingresso intonando melodie dai sapori nostalgici prima di presentare sul palco Claudio Baglioni. Il cantautore romano esordisce parlando di parole, metafore e significati musicali racchiusi da una scenografia futuristica bianca e marmorea suggerita da Emanuela Trixie Zitkowsky. “Un omaggio all’arte”, proclama il nuovo direttore artistico in accordo col bianco dei suoi capelli quasi a farci ricordare la longevità di questo festival. Ci troviamo così catapultati in una sorta di piazza immaginaria fatta di lame lucenti, scale e torri multicolor. Una scala si apre simile a un fiore per far apparire Michelle Hunziker leggera come un profumo. E non a caso, la leggerezza rappresentata dalla Hunziker, si colloca armoniosamente in questa cornice luminosa grazie all’apporto degli stilisti che hanno scelto per lei una linea dritta e volumi vezzosi per le prossime serate. Note di colore e note musicali si sovrappongono al passaggio del nuovo “Sindaco” di questa città musicale e Claudio Baglioni è lieto di offrire al pubblico un momento indimenticabile della sua poesia. Un duetto improvvisato con Fiorello, protagonista la memorabile canzone “E tu”, dedicato a Laura Pausini, assente poiché colta da laringite acuta.

Standing ovation per Gianni Morandi dopo l’esecuzione di “Se non avessi più te” un omaggio al compositore Luis Bacalov, successo degli anni ’60 sempre presente nella nostra memoria. Note queste, di un’Italia che ha bisogno di ricordare il proprio passato, credere ancora in certi valori e che oggi “strada facendo” si accinge a modificare il corso di una realtà che anela a trovare la retta via. Forse una “Terra promessa” già cantata in una precedente edizione. Ricordare chi siamo, ecco. La nostra storia, le nostre origini, il nostro patrimonio culturale e artistico. Questo è il fulcro di questa edizione. Un Festival tutto italiano, dunque, che vedrà sfilare nel corso della kermesse canora gli ospiti più celebri del nostro panorama musicale: Giorgia, il Volo, Negramaro, Gianna Nannini, Biagio Antonacci, Piero Pelù e Gino Paoli con Danilo Rea, e il trio Nek-Pezzali-Renga. Della serie: “Non ci siamo fatti mancare niente”. Una conduzione efficace e spigliata quella del duo Favino-Hunziker, ormai maestri della scena e abili nell’improvvisazione.

Riguardo alle canzoni di quest’anno, alcune si sono rivelate noiose e prive di originalità, altre più dinamiche per il genere musicale o per i rimandi vintage adottati. Non sono mancate quelle dal carattere sentimentale e speranzoso, ma poche lasciano il segno: la canzone del duo Ermal Meta e Fabrizio Moro “Non mi avete fatto niente” scritta dopo l’attentato al concerto di Ariana Grande, la canzone adulta di Ornella Vanoni “Imparare ad amarsi” e quella di Ron “Almeno pensami” firmata da Lucio Dalla. Una menzione speciale va allo Stato Sociale, che ha presentato “Una vita in vacanza” una canzone  giovane e attuale, vivace nel ritmo e spensierata nella pochezza del testo. Da tener d’occhio anche il duo Diodato-Roy Paci con “Adesso”, un brano che evoca la musicalità di un moderno “crescendo rossiniano”.

Gli applausi scrosciano, il pubblico del teatro pare soddisfatto della nuova confezione rivestita d’arte e di memorie. La musica è arte. Ci viene offerta la possibilità di non dimenticare, di costruire insieme qualcosa di bello da ricordare: una poesia, una canzone, una storia da continuare.

Forse manca il gusto della bellezza, il ricordo di una bella canzone che ti fa accapponare la pelle, oppure il genio musicale dei grandi compositori che hanno fatto la storia della musica italiana e che oggi sono ricordati per il loro talento. Ma il talento è come un granello di sabbia: raro a trovarsi in una manciata di semi. Ma si canta lo stesso: “Po, po-po-po-po, po…”.

 

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