Verso le elezioni. La piccola Italia e il grande mondo. Antipolitica e provincialismo

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Su giornali e TV trionfa la retorica dell’antipolitica

L’autorappresentazione collettiva della campagna elettorale in corso è autodeprimente. È quella che si registra leggendo i giornali, scorrendo lungo i social-media, aprendo il televisore, partecipando a qualche iniziativa elettorale. Siamo di fronte ad un flusso di coscienza ininterrotto, ma rumoroso e assordante, apparentemente senza scopo, come un fiume dalle sorgenti copiose e dall’estuario assente.

La campagna di stampa. Sospetta

Ciò che resta tutt’altro che chiarito è dove sta la sorgente di tale flusso? Sono gli elettori potenziali o sono giornali e partiti? Giornali e partiti stanno a valle o a monte?  E in che posizione? Chi è il lupus e chi l’agnus in questa favola?

Cominciamo dalla carta stampata. Molti giornali, non tutti, stanno facendo una campagna di denuncia della non-campagna elettorale. In realtà, poiché i giornali raggrumano potenti interessi economici, finanziari e politici, poiché conducono campagne ben mirate – la penultima è quella per il NO nel referendum del 4 dicembre 2016, l’ultima è quella personalizzata contro Renzi – la campagna sulla non-campagna è mirata. Punta ad indebolire la politica agli occhi dell’opinione pubblica. La politica e i politici sono presentati come attori su una scena desolata. Come il povero commediante del Macbeth shakesperiano, sono descritti agitarsi e parlare sulla scena, in un “racconto di un idiota, pieno di rumore e di furia, che non significa nulla”.

In testa a tutti, gli editoriali del Corriere della Sera, mentre i suoi commenti e opinioni sono assai più variegati. Ora, non v’è dubbio che nel corso della campagna elettorale si è scatenata, soprattutto nelle settimane scorse, una staffetta olimpionica delle promesse irrealizzabili. Ridicolizzata la quale, è arrivata Macerata a risollevare il tono. Il tema centrale è l’immigrazione, declinata sotto il segno esclusivo della sicurezza. Ma è anche vero che non tutte le forze politiche abbaiano alla luna. Quelle che hanno governato hanno messo al centro l’Europa, il debito pubblico, il lavoro, le riforme da completare. Non importa: la rappresentazione prevalente offerta dai mass media stampati descrive una politica afona.

Hanno condotto una campagna contro la leadership dell’”uomo solo al comando” per poi lamentarsi di “Un Paese senza leader”, stando al titolo del recente libro del Direttore del Corriere della Sera. Due parti in commedia, come è evidente, il cui scopo è tutt’altro che recondito.

Il tumore che rode l’Italia

L’Italia non ha nessun male oscuro, quale denunciato da Fontana; è chiarissimo e diagnosticato da tempo ed è curabile: è il tessuto tumorale di mille corporazioni, l’una contro l’altra armata, ma tutte convergenti nella difesa dei privilegi e delle rendite di posizione, fieramente contrarie ad ogni disboscamento e a ogni  moralizzazione effettiva. Gian Antonio Stella, firma di prima grandezza del Corriere, dopo anni di fruttuosi libri e articoli contro la casta dei politici, pare abbia finalmente scoperto, con notevole ritardo, che la società civile trabocca di furbizie, di evasione fiscale e di corruzione. Perché una tale società civile dovrebbe eleggere politici onesti e competenti, se la politica come tale è presentata come un carro di Tespi dove recitano dei guitti poco onesti? Si sarebbe tentati, a torto, di compiacersi che fortunatamente i giornali siano letti sempre meno!

Ma in TV il paesaggio non migliora. I talk-show, peraltro in calo di audience, traboccano di antipolitica. La politica è additata quale responsabile del confuso chiacchiericcio elettorale. Con l’aria di volerlo rispecchiare, lo fomenta e lo alimenta. E pertanto il mood dilaga sui social-media, dove milioni di singoli individui moltiplicano all’infinito il messaggio dell’irrilevanza della politica. Si tratta di un complotto mediatico contro la politica? È certamente una manovra politica contro la politica. Tuttavia, se questa manovra è possibile, è perché trova una sua ragione materiale, il suo fondamento socio-culturale in quella parte notevole del Paese, che non percepisce la realtà mondiale in cui l’Italia è immersa, non sente le sfide o di esse, quando arrivano all’orizzonte della coscienza, coglie solo il lato domestico, “nazionale”. Un Paese che riduce la questione dell’immigrazione a quella della sicurezza e il nostro ruolo politico in Europa a quello di una petulante lamentela sui vincoli europei è un Paese culturalmente autarchico, “fuori dal mondo”. Molti italiani sono convinti che il loro piccolo mondo antico sia rimasto quello protetto del pre-’89. Rinchiusi in questa illusoria ridotta, le generazioni stanno consumando nell’inverno demografico che hanno scelto un passato ricco di civiltà e di storia. Solo che il mondo sta arrivando da ogni lato. Solo una parte del Paese è proiettata sugli scenari economici, produttivi e sociali mondiali e vede più lontano. Il 4 marzo le due visioni si conteranno.

Oltre i risultati, il mondo “là fuori” non si fermerà. Per tutti gli italiani e per tutti i mass-media e partiti sarà un drammatico bagno di realtà. Perché, come suona un vecchio proverbio contadino cinese, molto citato da Mao tse-tung, “l’albero può desiderare la calma, non per questo il vento cesserà di soffiare”. Sull’Italia, è certo, continuerà a soffiare.

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